Oltre il tabù darwiniano (seconda parte)

Rivoluzione genocentrica e darwinismo universale come base delle moderne teorie di evoluzionismo culturale

Nell’articolo precedente si è tentato di donare quanta più chiarezza possibile al tortuoso percorso innescato dalla rivoluzione darwiniana datata 1859. Abbiamo visto come nel suo trasferimento all’ambito comportamentale umano, quindi necessariamente all’ambito culturale, l’originaria teoria dell’evoluzione per selezione naturale sia stata oggetto di notevoli fraintendimenti e ancor più importanti manipolazioni utilitaristiche. L’articolo si era concluso con gli scandali provocati dalla sociobiologia e dal suo fondatore Edward Wilson (il quale arrivò a subire un’aggressione fisica a causa delle sue convinzioni scientifiche) che non si trattenne dallo sconfinare, per mezzo di audaci affermazioni, nell’ambito socio-culturale umano.

Da quel momento in poi, gli scienziati si rifiutarono di attribuirsi l’etichetta di “sociobiologi”, nonostante gli utilissimi strumenti offertici dall’approccio sociobiologico allo studio del comportamento umano. Nel presente articolo si tenterà di definire le tappe più recenti, e consapevoli, di questa inarrestabile (forse inevitabile) incursione della teoria evolutiva nell’ambito socio-culturale umano. A tal fine, sarà necessaria una breve introduzione alla rivoluzione geno-gecentrica operata da Richard Dawkins e al quadro teorico che tale rivoluzione stimolò: il darwinismo universale.

Cui bono?

Dalle migliaia di pagine scritte da Darwin sull’evoluzione è possibile estrarre un semplice algoritmo necessario e sufficiente alla “messa in moto” di un processo evolutivo. Tre sono i pilastri fondamentali, gli elementi costitutivi dell’algoritmo: replicazione; modificazione; selezione. Il darwinismo universale (noto anche come darwinismo generalizzato, teoria della selezione universale o darwinismo metafisico) si riferisce ai vari approcci in grado di estendere questo algoritmo evolutivo[1]oltre il suo dominio originale, ovvero l’evoluzione biologica sulla terra. Il termine sembra essere stato coniato per la prima volta da Richard Dawkins nel 1983 in un articolo intitolato La dinamica darwiniana; tuttavia, la logica del darwinismo universale è già rintracciabile nella sua opera del 1976: Il gene egoista, in cui lo scienziato britannico fornì gli strumenti lessicali e concettuali essenziali per una coerente estensione dell’algoritmo darwiniano ai più disparati ambiti.

Come abbiamo intravisto nell’articolo precedente, attraverso le idee di Darwin divenne lentamente possibile rispondere allo storico enigma sull’origine della complessità organica. Ovvia conseguenza di questa comprensione fu una sua trasposizione teorica in ambito comportamentale. Dall’etologia di Konrad Lorenz alla sociobiologia inaugurata da Edward Wilson, le questioni principali che affollavano i circoli accademici possono essere riassunte in unica domanda: “cui bono?”, in altre parole, a vantaggio di chi o cosa effettivamente va il comportamento del singolo individuo?

La soluzione del quesito, oltre alla comprensione profonda del comportamento animale e umano, avrebbe comportato l’identificazione dei più intimi meccanismi della macchina evolutiva. Grande successo come risposta a questa domanda ebbe la teoria della selezione di gruppo[2]per la sua nitida ma superficiale logicità e semplicità. Osservando il comportamento animale in generale e quello sociale nello specifico apparve evidente come alcuni meccanismi di altruismo e cooperazione potessero essere descritti solo ponendo come elemento competitivo e quindi motore effettivo dell’evoluzione la specie o quanto meno il gruppo di appartenenza.

L’errore di questo ragionamento fu presto evidente alla maggior parte dei biologi evoluzionisti. Infatti, se casualmente all’interno del gruppo di altruisti per la specie, nascesse un individuo egoista, egli avrebbe, per definizione, più probabilità degli altri di sopravvivere e riprodursi. La soluzione al problema sembrò presentarsi inizialmente sotto forma di teoria dei giochi[3] e di soluzione evolutivamente stabile[4]con cui divenne possibile dimostrare che i comportamenti apparentemente altruistici che si ritrovano in natura possono essere riconducibili a una convenienza per la linea genetica dell’individuo per mezzo di meccanismi quali: la selezione parentale[5]o, nel caso in cui manchi la parentela diretta, secondo il principio dell’altruismo reciproco[6]Questa tappa fondamentale porterà alla svolta geno-centrica del 1976.

Secondo Dawkins il punto di vista da utilizzare per comprendere appieno il comportamento animale e più in generale l’evoluzione organica è il punto di vista del gene, da intendere come principale soggetto di sopravvivenza[7]. Di conseguenza alla domanda: “a vantaggio di chi o cosa va un determinato comportamento?”, la risposta è, secondo Dawkins: a vantaggio del gene, che per questo viene antropomorficamente detto egoista. Ecco precisamente come Dawkins riesce ad attribuire i tre cardini darwiniani al singolo gene e come, una volta compreso il cieco meccanismo dell’evoluzione, la strabiliante complessità organica sia concepibile logicamente a partire da quel primo replicatore.

La rivoluzione geno-centrica

Nel brodo primordiale erano presenti molecole rudimentali frutto di processi ordinari di chimica e fisica, la forma più precoce della selezione naturale fu semplicemente una selezione di forme stabili e un’eliminazione di quelle instabili. Le sostanze organiche che ne derivarono[8]si incontravano e si stabilizzavano se possibile in composti in maniera del tutto casuale, fino a quando, sempre casualmente, si creò un composto capace di fare copie di sé stesso. È effettivamente un avvenimento molto improbabile ma, come sottolinea Dawkins, fu sufficiente che avvenisse una sola volta nella storia. La replicazione rappresentò una nuova forma di stabilità all’interno del brodo primordiale. Non essendo ancora in atto la competizione, un elemento in grado di fare copie stabili si replicherà indiscriminatamente, non perché sia un vantaggio per ‘lui’ ma semplicemente perché, casualmente, ha sviluppato tale capacità.

Diffondendosi nel brodo primordiale queste copie lentamente accumulavano dei piccoli errori di replicazione finendo così per generare varianti della matrice originaria. A questo punto, si assiste (immaginativamente) alla formazione dei primi due pilastri darwiniani: replicazione e modificazione. Essendo il brodo primordiale uno spazio limitato, e limitate erano le risorse e gli elementi al suo interno, con il diffondersi di queste copie arrivò il momento in cui le risorse disponibili non erano sufficienti per tutti i composti organici. Ecco il terzo pilastro darwiniano, vero propulsore evolutivo: la selezione dovuta alla penuria di risorse, l’accetta che cala dall’alto, mantiene le varianti adattive e spazza via dalla storia tutto il resto.

D’ora in poi, una vera e propria corsa agli armamenti caratterizzerà la materia organica. Unirsi, proteggersi, ‘imparare’ a scomporre e assimilare altri elementi organici, queste furono le tendenze genetiche selezionate dall’ambiente. Una sempre maggiore competizione rese vantaggioso per i geni riuscire a cooperare con altri geni specializzandosi nella creazione di membrane e involucri resistenti all’ambiente, nella scomposizione delle molecole e in tutti i vari compiti svolti dalle cellule moderne. Questa prima complessa aggregazione genetica, da cui scaturirono le prime cellule specializzate nella protezione e duplicazione del codice genetico, porterà a una ancor più complessa aggregazione delle cellule in colonie che successivamente daranno vita ai primi organismi pluricellulari.

Spesso, quindi, i geni vennero selezionati non come “buoni” da soli ma come buoni a lavorare insieme ad altri geni nel pool genetico. Un buon gene deve essere compatibile e complementare per gli altri geni con cui deve dividere una lunga successione di corpi. È ora possibile, partendo da queste congetture, immaginarsi il cammino competitivo che stimolò i singoli replicatori alla cooperazione e creazione di veicoli garanti della loro fecondità, fedeltà e longevità, fatti di carne, foglie, ossa e corteccia. Ecco che la complessità organica prende senso all’interno delle basilari leggi fisiche e chimiche dell’universo senza la necessità di un progetto né, tanto meno, di un progettatore.

Un semplice algoritmo – primo darwinismo universale

Come sottolineato nel primo articolo di questa serie, la storia delle intromissioni della teoria evolutiva in ambiti altri dalla biologia è da ricondurre ai tempi di Darwin, Spencer e William James. In effetti, in L’origine dell’uomo Darwin prende spunto dalle idee di Max Müller sostenendo che «la formazione dei diversi linguaggi e delle diverse specie, le prove che entrambe si sono sviluppate attraverso un processo graduale, sono stranamente parallele» e continua citando Muller: «La lotta per la vita va costantemente contro le parole e le forme grammaticali in ogni lingua. Le forme migliori, più brevi, più facili stanno costantemente guadagnando terreno, e devono tale successo alla loro intrinseca virtù»[9].

Negli anni successivi Spencer formulò i principi filosofici del suo “evoluzionismo cosmico”[10], in cui attribuiva al medesimo processo evolutivo la formazione della complessità in-organica, organica e super-organica gettando così le basi del darwinismo sociale, e William James, in posizione critica alla visione deterministica dell’evoluzione secondo Spencer, intuì la possibilità che un meccanismo evolutivo di stampo darwiniano potesse soggiacere allo sviluppo dei processi di apprendimento[11]. In seguito, la cattiva reputazione del darwinismo sociale stimolò la messa al bando dalle aule accademiche di tali contaminazioni disciplinari operate per mezzo della teoria evolutiva.

Bisognerà aspettare la seconda metà del Novecento per poter tornare a parlare di evoluzione e selezione naturale al di fuori della biologia. Donald T. Campbell e Karl Popper, entrambi filosofi della scienza, furono tra gli autori che riaccesero questa tradizione interpretando l’evoluzione della scienza come un processo darwiniano attivato dall’algoritmo evolutivo; essi gettarono così le basi dell’ “epistemologia evoluzionistica”[12]Tuttavia, è grazie alla sopraesposta rivoluzione geno-centrica operata da Dawkins se oggi possiamo ragionare, in maniera apparentemente neutrale e scientifica, all’interno del darwinismo universale.

I concetti di “replicatore” e “veicolo”, metafore rubate alla letteratura di cui fa frequentemente uso ne Il gene egoista, stimolarono l’applicazione del darwinismo alle varie discipline; tutto ciò si deve probabilmente proprio all’uso di quelle potenti metafore suggerite da Dawkins che forniscono ‘strumenti per pensare’ in maniera innovativa. Come scrive Daniel Dennett a proposito di questa polivalenza offerta dalle metafore di Dawkins: «Gli algoritmi darwiniani dell’evoluzione sono a “substrato neutro”. Non trattano solo delle proteine, o del DNA, e nemmeno della vita a base di carbonio; trattano di tutti gli effetti della replicazione differenziale con mutazione, ovunque accadano e attraverso qualunque mezzo di diffusione»[13].

In altre parole, la generalizzazione che viene effettuata attraverso il darwinismo universale consiste nel rimpiazzare l’organismo con ogni modello, sistema o fenomeno che sia sufficientemente riconoscibile. Quindi, il primo requisito necessario è che tale modello possa “sopravvivere” abbastanza a lungo o che sia in grado di “riprodursi” (fare copie, replicarsi) con una frequenza sufficiente per non scomparire (si tratta della componente ereditaria: l’informazione deve essere replicata o quanto meno mantenuta). Il secondo requisito necessario è che tale modello, sistema, fenomeno nel corso del suo mantenimento o replicazione generi delle variazioni, seppur minime, della matrice originaria. Il terzo e ultimo requisito è la presenza di una pressione selettiva discriminante, tale che alcune varianti della matrice originaria risultino in grado di sopravvivere o riprodursi meglio di altre.

Se queste condizioni sono presenti, allora, secondo la logica della selezione naturale il modello inizierà il suo cammino evolutivo verso forme più adattive di esistenza. Questa affascinante astrazione stimolò in pochi anni la proliferazione di svariate discipline accomunate dall’obbiettivo di comprendere la formazione e il mantenimento della complessità in-organica, organica e super-organica (per usare la terminologia di Spencer) in un universo governato dalla seconda legge della termodinamica, che rende tutt’altro che scontata l’esistenza di una tale complessità.

Una trattazione dei concetti di “successo”, “progresso” e “complessità” che derivano da una tale prospettiva evoluzionistica ci permetterà, nel corso dei prossimi articoli, di comprendere se le paure e le ostilità degli umanisti nei confronti di questa incursione evoluzionistica in ambito socio-culturale umano siano fondate o se si basino semplicemente sugli errori e fraintendimenti del passato. In particolare, nei prossimi articoli si prenderà in considerazione la Memetica e altri sviluppi recenti dell’evoluzione culturale scaturiti da un ulteriore sintesi della teoria darwiniana datata 2007.

L’inchiesta perno di questa serie di articoli rimane la stessa: le teorie evoluzionistiche moderne applicate alla cultura umana creano nuovamente una scala gerarchica delle società e delle culture in stile vittoriano, oppure sono compatibili con la neutralità valoriale tipica dell’etnologia moderna?

 

 

Note bibliografiche:

[1]Definizione utilizzata da Daniel Dennett (1995) per riferirsi al principio elementare elaborato da Darwin. Questo ‘livello algoritmico’ rappresenta il nucleo stesso di ciò che Dennett definisce L’idea pericolosa di Darwin: «Il livello algoritmico è il livello che spiega nel modo migliore la velocità dell’antilope, l’ala dell’aquila, la diversità delle specie, e tutte le altre occasioni di meraviglia offerte dal mondo della natura. È difficile credere che qualche cosa privo di una mente e meccanico come un algoritmo possa produrre oggetti tanto meravigliosi. Per quanto straordinari possano essere i prodotti di un algoritmo, i processi soggiacenti consistono sempre in nient’altro che un insieme di singoli passi privi di mente» (1995, p. 73).

[2]Nata negli anni ‘60 con Wynne-Edwards e inserita nel quadro della “selezione multilivello” di David S. Wilson. Cfr. Wilson e Elliott Sober, 1999,  Unto Others. Cambridge, Harvard University Press

[3]Neumann J.V., 1944, Theory of Games and Economic Behaviour. Princeton, Princeton University Press

[4]Maynard-Smith J., 1982, Evolution and the Theory of Games. Cambridge, Cambridge University Press

[5]Teorizzata da Ronald Fisher e poi formalizzata da William Hamilton, 1963, The Evolution of Altruistic Behaviour  «The American Naturalist Journal», Vol. 97, N° 896

[6]Trivers R., 1971, The evolution of reciprocal altruism. Chicago, The University of Chicago Press

[7]È giusto ricordare che questa prospettiva resa celebre grazie al brillante lavoro di Dawkins era già stata proposta da George C. Williams, 1966, Adaptation and Natural Selection. Princeton, Princeton University Press

[8]Si veda a riguardo l’esperimento Miller-Urey (1953) con il quale si dimostrò come a partire da composti inorganici fosse possibile la formazione di composti organici in particolare aminoacidi, sostanze purine e piramidine, ovvero i mattoni che compongono il Dna.

[9]Müller M., 1870, Darwinism tested by the Science of Language. «Nature» 6 Gennaio, p. 257

[10]H. Spencer, 1862, Primi principi. Nelle opere successiva Spencer tenterà di applicare questa teoria alle varie discipline.

[11]James W., 1890, I principi di psicologia. New York, Henry Holt and Company

[12]Cfr. Popper K., 1972 e D. T. Campbell, 1970

[13]Dennett D.,, 2003, Freedom Evolves. New York, Viking Press [trad. it. Pagani M., 2004, L’evoluzione della libertà. Milano, Raffaello Cortina Editore, p. 249

 

Facebook Comments
Translate »