Oltre il tabù darwiniano

OLTRE IL TABÙ DARWINIANO

Le ambigue radici dell’evoluzionismo culturale

Conclusosi il mio percorso di laurea triennale in antropologia culturale una domanda mi sorge forte e spontanea: per quale motivo, ancora oggi, la parola evoluzione dev’essere pronunciata a bassa voce all’interno delle classi umanistiche?

A pensarci bene, ma soprattutto guardando al di là delle proprie mura accademiche, in tutti gli altri settori (dall’ingegneria alla medicina e dalla fisica quantistica all’urbanistica) la teoria evolutiva si dimostra sempre più in grado di accelerare il faticoso processo di semplificazione della complessità e, conseguentemente, di apparente comprensione del reale.

Per quale motivo, quindi, nelle nostre aule si continua a mostrare questa sorta di rigetto immunologico nei confronti delle argomentazioni di stampo evoluzionistico? Nel tentare di rispondere a questa domanda sarà utile ripercorrere la storia della teoria evolutiva e, più precisamente, la storia dei fraintendimenti della teoria evolutiva nei suoi vari tentativi di applicazione all’ambito comportamentale umano.

Da Darwin all’eugenetica

Nonostante le precauzioni usate da Darwin nel volume del 1859, egli può in effetti essere considerato il primo a utilizzare la teoria evoluzionistica per dare un senso al comportamento umano. In L’Origine delle specie lo scienziato inglese si trattenne dal menzionare l’uomo se non nelle pagine finali:

«In un lontano avvenire io vedo campi aperti alle più importanti ricerche. La psicologia sarà fondata sopra il principio già ben propugnato da Herbert Spencer, che cioè ogni facoltà e capacità mentale umana si sia necessariamente sviluppata per gradi. Si spanderà una viva luce sull’origine dell’uomo e sulla sua storia.»

Questo è tutto ciò che scrisse Darwin sull’uomo fino al 1871, data in cui tentò di gettare una più «viva luce sull’origine dell’uomo» attraverso la pubblicazione de Le origini dell’uomo e la selezione in relazione al sesso.

L’accento del libro fu posto sulle capacità mentali umane, le loro possibili origini e le evidenti differenze con il mondo animale, affermando che essere intellettualmente ben dotati dev’essere stato sicuramente un importante vantaggio per la lotta alla sopravvivenza.

Lo scopo finale del libro era comunque quello di ricondurre l’uomo alla sfera naturale sottolineando, più che le differenze, le similitudini tra inclinazioni mentali umane ed animali (in particolare evidenziando caratteri di aggressività, brutalità e sessualità nell’uomo).

Al contrario, il suo compagno, sostenitore e dimenticato propulsore della teoria della selezione naturale, Alfred Wallace, sostenne che le capacità mentali umane non potevano essere spiegate attraverso la selezione naturale e che era necessario ricorrere alla creazione divina.

Darwin e il suo fidato portavoce Thomas Huxley lottarono a lungo per contrastare questa visione dell’uomo. Huxley in particolare fu meno timoroso di Darwin nel diffondere la teoria della selezione naturale negli anni successivi al 1859.

Darwin si espose molto parlando di differenze mentali tra uomini e donne e soprattutto tra culture differenti; stimolo per le sue argomentazioni fu una sorta di “osservazione partecipante” svolta durante il suo viaggio intorno al mondo con la Beagle iniziato nel 1831 e conclusosi nel 1836.

Egli notò, in seguito alla convivenza sulla nave con tre abitanti nativi della Terra del Fuoco e al tentativo di educarli, che la maggior parte delle differenze tra gli uomini sono dovute a variabili ambientali e culturali, aggiungendo che, avendone la possibilità, lo sviluppo mentale avviene rapidamente ed indiscriminatamente. Questi dettagli fondamentali vennero tralasciati da coloro che videro dei vantaggi utilitaristici nella teoria darwiniana.

Tra questi, Francis Galton, cugino di Darwin e influente scienziato polivalente, nel 1869 pubblicò Genialità ereditaria in cui, rielaborando e manipolando le idee sull’ereditarietà e le differenze tra individui di Darwin, tentò di spiegare il perché le persone differiscano nelle capacità mentali. Maturò rapidamente duri pregiudizi razziali e di genere opponendosi al suffragio universale e sostenendo l’inferiorità mentale degli africani rispetto agli europei. Tendenze e convinzioni che lo portarono a fondare, pochi anni dopo, la teoria eugenetica definita come scienza atta alla preservazione dei caratteri per il miglioramento della razza.

Darwinismo sociale – Il pericolo dell’evoluzione come progresso

Verso la fine del secolo la teoria darwiniana perse la sua presa sul pubblico probabilmente a causa di mancanze strutturali (ancora Mendel non era stato riscoperto) e per le numerose critiche e opposizioni.

Di contro, l’evoluzione lamarckiana ritrovò un adeguato spazio culturale in cui inserirsi attraverso la rivalutazione dei pensieri di Lamarck presenti nel suo scritto del 1809: Philosophie zoologique.

Il desiderio prettamente umano di sentirsi creature superiori alle altre fu sicuramente uno dei motivi di tale diffusione; il lamarckismo portò infatti all’interpretazione di un’evoluzione lineare e progressiva in cui gli organismi si dovevano sforzare per raggiungere maggiore complessità e risalire la scala evolutiva fino al tassello più alto: l’uomo.

Al contrario, la teoria darwiniana aveva spodestato l’uomo dal suo trono ricollocandolo all’interno del regno animale e, come è noto dalle critiche e dalle vignette del tempo che ritraggono Darwin in vesti scimmiesche, questo non piacque a molti intellettuali del suo tempo e, ancor meno, alla popolazione di cultura medio-bassa.

Mentre alcuni rifiutavano il pensiero darwiniano abbracciando il lamarckismo, altri furono in grado di integrare le due teorie. Herbert Spencer accolse la teoria della selezione naturale e l’evoluzione di stampo darwiniano ma, al tempo stesso, era convinto che tutti gli organismi si sforzassero continuamente per adattarsi all’ambiente e che le mutazioni derivanti da tali sforzi fossero a loro volta selezionate dall’ambiente.

Tale convinzione di origine lamarckiana contribuì a rendere Spencer l’autore di uno degli slogan evoluzionistici più diffusi (e controversi) di sempre: “sopravvivenza del più adatto”, spesso rielaborato in “sopravvivenza del più forte”.

Le sue affascinanti estensioni filosofiche della teoria evolutiva alla realtà tutta lo portarono a concepire la legge della sopravvivenza del più forte come inevitabile, naturale e “giusta” anche all’interno delle società umane e non solo nello spietato regno animale.

Con questa fondamentale transizione, di stampo filosofico più che scientifico (nonostante per Spencer la filosofia non fosse altro che una scienza, la più nobile sì, ma pur sempre una scienza atta alla formulazione di leggi «generalissime»), Spencer segna la nascita del darwinismo sociale.

I continui parallelismi tra società e mondo organico resi possibili dalla lente trasversale dell’evoluzione, lo portarono ad affermare la superiorità delle società moderne e occidentali. Non solo la società ma anche la capacità mentale dell’Europeo civilizzato è, agli occhi dello scienziato inglese, superiore alle altre: in Principi di psicologia infatti, l’evoluzione mentale viene paragonata ad una scala ascensionale che inizia con gli animali più semplici e termina con l’Europeo civilizzato.

Nasce così, e trova apparente affermazione scientifica, la celebre dicotomia primitivo/civilizzato che riscuoterà ulteriore successo e validità attraverso il lavoro dei primi antropologi evoluzionisti. Progressivismo e superiorità dell’uomo, secondari nel lamarckismo, divennero quindi prospettive centrali nella visione di Spencer.

Sembra quindi possibile affermare che l’erronea interpretazione dei principi darwiniani e il loro mescolamento con elementi di stampo lamarckiano portarono i darwinisti sociali a considerare l’evoluzione come progressiva e, di conseguenza, a incoraggiare tale ascensione giustificando dottrine quali: conservativismo sociale, militarismo, eugenetica, capitalismo sfrenato e laissez-faire economico.

Allo stesso tempo, l’apparente superiorità culturale ed economica di Europa e Nord America fornì l’ambiente perfetto per il successo del darwinismo sociale: la superiore complessità e “civilizzazione” venne infatti considerata la manifestazione di una superiorità psicologica interna alla razza.

Questa linea di pensiero trovò la sua più terribile concretizzazione con la pubblicazione del Mein Kampf nel quale Adolf Hitler manipolò le teorie evolutive, in particolare quella di Spencer («sopravvivenza del più forte»), mescolandole con quelle dello zoologo tedesco Ernst Haeckel nel tentativo di giustificare scientificamente il genocidio per il mantenimento di una razza pura.

Le basi scientifiche del Mein Kampf sono tuttavia infondate e questo può essere considerato il più clamoroso esempio del pericolo insito nell’associazione tra evoluzione e progresso e della storicità e soggettività della scienza che, per bassi interessi utilitaristici o per fini alti e nobili, frequentemente inciampa nella fallacia naturalistica, ovvero il passaggio dal descrittivo al prescrittivo.

Antropologia evoluzionistica, etologia e primi dibattiti nature/nurture

Purtroppo, il monito che scaturì dai disumani risultati della seconda Guerra Mondiale non fu previsto né immaginato dagli accademici di fine Ottocento. Infatti, indizi etnografici a giustificazione dell’evoluzione come progresso e della strutturazione gerarchica delle società furono raccolti in tutto il mondo dai primi rappresentanti dell’antropologia biologica ottocentesca.

Edward Tylor e Lewis Henry Morgan spiccano tra i tanti che definirono, sulla base di prove empiriche (le «sopravvivenze» come le definì Tylor), una scala gerarchica in cui le varie razze e società andavano a inserirsi. Si ammetteva la presenza di un antenato comune ma la creazione di una corrispondenza tra razza e cultura stimolò la creazione di una rigida gerarchizzazione delle società.

Tuttavia, è giusto sottolineare che, negli anni successivi alle prime rielaborazioni culturali della teoria darwiniana, in ambito psicologico e antropologico vi furono importanti contestazioni all’innatismo, e dunque all’influenza fondamentale di istinti ed ereditarietà nella formazione degli individui: in particolare il comportamentismo in psicologia e il relativismo in antropologia.

La transizione effettiva fu dall’eredità all’ambiente e venne stimolata da una repulsione per le teorie razziali e per il darwinismo sociale. In particolare, si sottolinea in questa sede come questa ragionevole repulsione sia finita per scadere in un nuovo tipo di estremismo incentivando la separazione delle scienze in scienza naturali e “scienze dello spirito “.

Laland e Brown evidenziano come, ironicamente, la psicologia, l’antropologia e le scienze umane in generale bandirono dal proprio ambito la teoria evolutiva esattamente negli anni in cui tale teoria stava finalmente raggiungendo un’unificazione. Si tratta degli anni in cui la genetica di Mendel venne integrata alla teoria darwiniana e in cui l’eredità lamarckiana venne estromessa dal quadro teorico evoluzionistico. Si poté, da quel momento in poi, parlare a tutti gli effetti di biologia evoluzionistica.

Nonostante gli ammirevoli sforzi di antropologi e filosofi di fine Ottocento e inizio Novecento, una rivalsa degna di nota dell’idea del comportamento istintivo, a discapito di ambiente e apprendimento, si ebbe con l’etologia di Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen.

Essi, infatti, consideravano gli istinti come ereditari e adattivi sistemi di coordinazione all’interno del sistema nervoso e sottolineavano la presenza di comportamenti stereotipati nella specie tralasciando la varietà intra-specifica.

Le idee di Lorenz vennero ben presto applicate al comportamento umano ed egli confessò, in diverse occasioni, di provare attrazione e comprensione per le teorie naziste. In Sull’aggressione del 1963, egli affermò che la guerra altro non è che la naturale espressione dell’istinto umano all’aggressività. Lorenz fu aspramente criticato per queste rigide affermazioni.

Di conseguenza, l’etologia umana appena formatasi venne ben presto sopraffatta dall’antropologia di tradizione boasiana e l’enfasi posta sulle variabili culturali e ambientali a discapito di istinti ereditari e, allo stesso tempo, dalla neonata sociobiologia in ambito comportamentale animale.

La nascita della sociobiologia

Se l’etologia, compresa quella umana, ricercava le cause e le modalità di sviluppo di un comportamento, la sociobiologia rappresentò una rivoluzione nel tentare di gettare luce su funzioni ed evoluzione delle varie strategie comportamentali animali. In particolare, la sociobiologia si interroga sul perché gli animali sono stati selezionati per comportarsi in determinati modi.

Fu Edward Wilson a coniare il termine e a diffondere i principi base della nuova disciplina attraverso il celebre libro del 1975: Sociobiologia: la nuova sintesi. L’anno seguente, Richard Dawkins pubblicò uno dei libri più influenti del ventesimo secolo: Il gene egoista, con cui si andò ad aggiungere, alle implicazioni iniziali di Wilson, la prospettiva geno-centrica secondo la quale i geni sarebbero i determinanti fondamentali del comportamento socio-relazionale animale.

A tutt’oggi i concetti rivoluzionari presenti in questi due libri condizionano la biologia evoluzionistica. Sembrava che, finalmente, aggressività, cooperazione e le principali questioni relative al comportamento animale fossero state risolte; perché quindi non trasferire il quadro teorico nascente in ambito umano?

Mentre Dawkins fu particolarmente cauto nel trattare l’uomo sostenendo che la cultura umana risponde a meccanismi particolari e forse indipendenti dalla variabile biologica, Wilson si spinse coraggiosamente oltre i confini disciplinari trattando temi come religione, aggressività e differenze di genere nelle società umane.

Egli, infatti, definì come obbiettivo della sociobiologia quello di «riformulare le scienze sociali in modo da integrare queste discipline nella sintesi evoluzionistica moderna». Il tentativo di Wilson venne aspramente criticato e l’applicazione della biologia evoluzionistica alle scienze sociali non trovò sufficiente approvazione da parte degli umanisti.

Antropologi, psicologi, sociologi ma perfino molti biologi si rifiutarono di accettare le conclusioni delineate da Wilson sulla natura umana derivanti dalla prospettiva sociobiologica. Le frequenti generalizzazioni riguardanti le società umane più disparate e le tenaci affermazioni di Wilson portarono infatti al ripudio della sociobiologia definita come disciplina “riduzionista” e “determinista” col mero scopo di riportare ogni comportamento sociale al suo imperativo biologico basilare. T

utto ciò spinse il grande pubblico ad associare la sociobiologia alle varie interpretazioni evoluzionistiche del passato che stimolarono politiche eugenetiche, razzismo e nazismo. La fallacia naturalistica di Moore, ovvero il passaggio erroneo e frequentissimo nelle scienze dal descrittivo al prescrittivo, da ciò che è a ciò che dovrebbe essere, rappresenta il cuore delle critiche rivolte a Wilson e Dawkins. In realtà, il più delle volte tale passaggio al prescrittivo venne cautamente evitato dagli autori e fu, piuttosto, frutto di proiezioni logiche dei lettori.

Conclusioni

Questa storia ricca di fraintendimenti e manipolazioni utilitaristiche della teoria darwiniana dell’evoluzione unita probabilmente a una sorta di gelosia accademica ci aiuta a comprendere, seppur in maniera molto generale, i motivi delle difficoltà che si incontrano qualora si tenti di inserire ragionamenti evoluzionistici in ambito culturale umano.

Ciononostante, le moderne rivisitazioni dell’originario algoritmo darwinismo sembrano suggerire una possibile riapertura delle scienze umane alla teoria evolutiva con la possibilità di riconciliare ciò che Charles Percy Snow definì le due culture, ovvero riunificare il sapere e ricominciare, questa volta consapevoli dei pericoli, a proporre soluzioni a lungo termine ai problemi di Homo sapiens e del pianeta che lo ospita.

La domanda sorge nuovamente spontanea: le applicazioni moderne, sistemiche ed evoluzionistiche ai fenomeni culturali giustificano le paure di molti umanisti relative agli errori del passato o, al contrario, ne incoraggiano un superamento? In altre parole: le teorie evoluzionistiche moderne applicate alla cultura umana creano nuovamente una scala gerarchica delle società e delle culture in stile vittoriano, oppure sono compatibili con la neutralità valoriale tipica dell’etnologia moderna? Tenterò di rispondere a questo quesito nei prossimi articoli.

Bibliografia:

DARWIN Charles, L’origine delle specie, 1859; trad. it. di Luciana Frantini, Torino: Bollati Boringhieri, 2011.

DARWIN Charles, L’origine dell’uomo, 1871; trad. it. di P. Fiorentini, Roma: Newton Compton editori, 1990.

DAWKINS Richard, The Selfish Gene, Oxford: Oxford University Press, 1976; trad. it. di G. Corte e A. Serra, Il gene egoista, Milano: Mondadori, 1992.

LALAND Kevin e Gillian Brown, Sense and Nonsense, Oxford: Oxford University Press, 2002.

MOORE E. George, Principia Ethica, Cambridge: Cambridge University Press, 1903.

SNOW P. Charles, The Two Cultures and a Second Look, Cambridge: Cambridge University Press, 1959; trad. It. di Adriano Carugo, Le due Culture, Venezia: Marsilio, 2005.

WILSON O. Edward, Sociobiology: The New Synthesis, Cambridge: Harvard University Press, 1975; trad. It. di A. Suvero, 1979.

Facebook Comments
Translate »