Occupare la città: il Progetto DG. Cronaca di un’ occupazione (pt 2)

«Il posto era abbandonato da due, tre anni e necessitava di alcune cose. Prima cosa abbiamo messo, tra virgolette, in sicurezza il posto perché sin da subito avevamo le camionette della polizia sotto casa che ci minacciavano di sgombero quindi da lì sono state giornate di lavoro a rotta di collo, abbiamo barricato tutti gli ingressi, tutte le finestre, tutti i balconi del piano terra, abbiamo barricato le scale, abbiamo fatto un sacco di lavori dal punto di vista pratico. Dal punto di vista meno pratico, più teorico, abbiamo iniziato a sfornare una serie di lavori e di materiale in comunicati, articoli e roba del genere per far conoscere a tutti quello che stava nascendo, quello che stava diventando, come un posto vuoto stava riprendendo vita…. eravamo tutti ragazzi dell’ università quindi tutta gente che viveva anche in periferia abbastanza lontano dall’università, quindi la possibilità di stare in uni in meno di dieci minuti a piedi ci ha dato la possibilità di dedicarci molto di più alle lotte all’interno dell’uni e oltre quello per noi DG doveva essere un esempio da riprodurre e abbiamo anche cercato di riprodurlo, abbiamo iniziato con gente che si è avvicinata a una seconda lista abitativa con un gruppo di altri 30 ragazzi che hanno provato ad occupare e sono stati sgomberati due volte in questo posto che era a 150 metri da DG»

«Io penso che l’appropriarsi di uno spazio fisico concentra le energie politiche in una maniera un po’ straordinaria, nel senso che tutti insieme si affronta l’ostacolo, rompi la catena, non solo nel senso che fai un atto illegale no? Ma che ti prendi la responsabilità collettiva di fare questa cosa e la fai vivere, e la responsabilità poi di farla sopravvivere perché non è un atto simbolico, è un progetto di vita che fai insieme no? Per cui poi dentro, a parte il valore politico di fare una cosa simile, cioè io individuo una frattura, una contraddizione all’interno della società e ci entro a gamba dritta no? Decido di fare una roba del genere però poi c’è la quotidianità dello stare insieme tutti i giorni, per cui c’è anche il livello non politico se vuoi, il personale che si lega al politico, allora poi come lo gestisco? Cioè è un potenziale grande anche di organizzazione, tutto il modo in cui noi facciamo politica oggi, come costruiamo le assemblee, come parliamo tra di noi, come scriviamo sul blog, i rapporti che abbiamo con le altre realtà a livello nazionale, sia della nostra area affine, sia di quella non affine, i rapporti che abbiamo con le altre aree che fanno politica in questa città, sia quelle affini, sia quelle non affini, tutto questo nasce anche dall’essersi conosciuti in quell’ambito lì, cioè proprio come stare insieme come militante politico, ovviamente questo si raggiunge con una conoscenza profonda dell’altro no? Perché tu non è che ti incontri ai fini della politica, è la politica che entra nella vita e la vita che entra nella politica, in questo caso l’edificio fisico è stato importantissimo, il motivo secondo me per il quale Degage resiste come gruppo politico al di là dell’edificio è che quell’edificio c’è stato, quello spazio, quella fisicità e tutto ciò che ha comportato c’è stata…»

«Noi abbiamo cercato di apportare la lotta per la casa dal punto di vista dei giovani pure che vogliono un tetto sulla testa e non vogliono essere costretti a pagare l’affitto perché la legittimità delle famiglie è un po’ più larga cioè è più sentita la legittimità di una famiglia con dei figli, però anche gli immigrati rispetto a trenta giovani studenti, insomma noi cerchiamo un po’ di scardinare sta logica… di dare appunto voce e possibilità a un ragazzo studente o a un lavoratore precario di un tetto sulla testa senza dover cadere nel ricatto così del mercato degli affitti che è terribile specialmente a Roma, specialmente poi nelle zone universitarie o più frequentate… su questo e poi tramite questo tema siamo entrati nel movimento di lotta per la casa, che in quel periodo ci aveva scritto una bella pagina pure qui a Roma ma che poi si è propagato in giro per l’Italia e comunque siamo stati protagonisti all’interno di quel movimento, abbiamo fatto la parte nostra da giovani anche universitari, abbiamo allargato l’impatto che poteva avere questo movimento per la casa perché finché era relegato alle famiglie è sempre un movimento, non marginale, però quando poi ci entrano pure gli universitari, non è che mo’ per fare l’avanguardia o chissà che cosa però più che altro è normale vuoi o non vuoi si allarga pure a un pubblico più giovane, diventa più ricevibile…»

«Per noi è stato importante perché ci ha dato la legittimità di affermare un certo punto di vista che dava comunque dei risultati, perché costruire questo tipo di progetto poi ha funzionato in qualche modo e stare dentro quella stagione di lotta, di lotta per la casa che poi ha portato verso il 19 ottobre, ad una stagione di lotta estremamente entusiasmante ci ha dato tanto, tantissimo, ci ha fatto misurare con cortei di decine di migliaia di persone, appuntamenti nazionali, scontri di piazza, situazioni che… diciamo strumenti e metodi, ed esperienze che un militante politico deve fare e purtroppo non è che uno può decidere a tavolino come e quando le fa e noi ci siamo ritrovati in un momento in cui partivamo anche da un’esperienza forte e poi l’altra ragione, l’altra cosa forte di DG è che ha riprodotto una cosa, che per dirti, succede dentro le occupazioni all’università, cioè si rompono gli spazi, i tempi, i modi di vita normali della quotidianità ed era una piccola… come una piccola comune, un luogo dove comunque si metteva davvero in comune tanto, anche se non partivamo da quello, noi partivamo più da un discorso di rivendicare un diritto allo studio o all’alloggio per tutti più che rivendicare forme di vita alternative e basta, però pensavamo che in realtà liberare il tempo, per una generazione come la nostra schiacciata tra lavoretti, lavori, università in cui se vai fuoricorso paghi più tasse, fosse rivoluzionario in qualche modo, effettivamente è riuscito ad arrivare a tanti anche a persone meno politicizzate, il messaggio che lottando, formando un collettivo potevi vivere in un posto bellissimo con tutti pischelli dell’età tua e in tanti l’avrebbero fatto, in tanti da un giorno all’altro l’ avrebbero fatto, persone che magari non sarebbero venute a un corteo o che non sarebbero venute a un’assemblea, però lì a viverci sarebbero venute…»

«E’ stata una dimostrazione importante per noi stessi e un trampolino di lancio per un discorso politico antagonista, è riuscito a coagulare una serie di persone che non sapevano bene… simpatizzanti della militanza, compagni ma che non sapevano bene… dove andare, da una parte e dall’altra parte a livello pure nazionale l’esperienza giovanile di DG, lo slogan DG si barrica, il movimento Roma si barrica insomma, l’esperienza che ha prodotto lo stare in prima fila, lo stare in prima linea in tutte le questioni che in quei due anni si sono sviluppate è stata una spinta, che noi non ce ne rendevamo conto, facevamo più del nostro, lottavamo per il diritto allo studio per un tetto sopra la testa, che sono anche la stessa cosa, per costruire dentro l’università spazi liberi, momenti di socialità ma anche contestazioni importanti, quindi organizzarci facendo quello che noi pensavamo necessario e giusto, si riuscisse pure a dare un po’ una bussola a livello nazionale, molte esperienze ci vogliono…. Ci hanno voluto bene a prescindere, nel senso no? Ad esempio Cagliari è divertente, perché Cagliari è venuta proprio il 19 ottobre qua, ha preso ispirazione dal fatto che abbiamo fatto una serie di cose guardando a Roma e guardando a noi, queste sono cose che te ne accorgi a posteriori ma sono cose che… era… il cammino era quello giusto no?»

«Avevamo raccolto per molto tempo, sia con l’inchiesta che avevamo fatto a sociologia ma sia anche con gli sportelli che avevamo aperto parlando anche con la gente che ci stava più o meno vicino e transitava intorno a noi si parlava spesso di questo tema, della difficoltà di vivere in questa città proprio dal punto di vista di trovare una casa, trovarla in un certo posto, trovarla in un certo modo e con determinate caratteristiche economiche piuttosto che di inquilini e quant’altro e li avevamo dimostrato che se effettivamente uno si metteva insieme ad altre persone poteva assumere una forza diversa e poteva fare effettivamente tutte quelle cose che si dicevano: di andarsi a prendere un posto, di non pagare più l’affitto di non dover più sottostare a tutti i casini che ci sono riguardo a contratti e quant’altro che insomma poi soprattutto noi fuori sede ci vivevamo molto e quindi appunto la concretezza simboleggiata da quel posto è anche un po’ una vittoria da quel punto di vista perché proprio hai mostrato materialmente che un’altra cosa era possibile e questo l’abbiamo trovato anche molto quando ci hanno sgomberato nonostante ci avessero sgomberati, che la gente ci ha riportato proprio questo, cioè proprio la… il vedere davanti a te che un modo diverso era possibile…»

«Lo sgombero è andato come vanno di solito questo tipo di operazioni per cui all’alba, alle 6,15 più o meno, le forze di polizia si sono presentate davanti lo stabile, assolutamente in forze per cui c’erano almeno 50 agenti in borghese, tra polizia e ROS dei carabinieri, 9 blindati, mezzi diciamo pesanti per la polizia, c’era un camion gigantesco di attrezzature per portare avanti lo sgombero quindi erano assolutamente preparati per una giornata di lotta tra virgolette e di resistenza, così non è stato perché hanno avuto la fortuna di entrare all’interno dello stabile subito, perché purtroppo un ragazzo che era ospite all’interno dell’occupazione gli ha letteralmente aperto la porta pensando che era qualcuno di noi che rientrava da una notte magari di baldoria… per cui noi in realtà ci siamo svegliati con le guardie dentro casa… io ero subito dopo la porta dell’ingresso, mi ricordo di aver sentito del trambusto e delle voci che gridavano: “VAI!VAI!VAI!VAI!” come mi sono alzato, ho aperto la porta già c’erano 50 sbirri all’interno del corridoio, sono entrati nelle stanze, eravamo in mutande, stavamo dormendo era il 25 agosto e… e hanno portato a casa questa operazione.
La mia prima sensazione è stata quella di dimostrare che non avevano vinto, cioè che potevano pure toglierci lo spazio fisico di DG ma che comunque il progetto politico non era morto in quello sgombero e che avevamo ancora tanto da poter dire, per cui queste sono state le sensazioni e i sentimenti più forti che ci hanno attivato anche nelle settimane successive… abbiamo fatto subito un corteo a caldo il pomeriggio dello sgombero, per poi pianificarne un altro dopo una settimana… nel corso di quella settimana le guardie hanno fatto la loro ulteriore mossa, notificandoci dieci articoli 1 all’interno del collettivo; l’articolo 1 sarebbe la pericolosità sociale e con l’intenzione appunto di darci un secondo segnale… per cui non solo proviamo a levargli il posto, ma proviamo a inibirli ulteriormente dando delle misure giudiziarie che dovrebbero fargli passare un po’ la voglia.»

«Io sono rimasta positivamente colpita dalla nostra capacità di resistere allo sgombero, non quella mattina perché se sai com’è andata non è che abbiamo resistito molto, io sono l’unica che si è svegliata quindi anche… non abbiamo opposto nessun tipo di resistenza, da una parte questo mi ha sollevata perché comunque siamo usciti tutti interi e nessuno ammanettato e portato via da una parte e incarcerato per qualche giorno, quindi il fatto che comunque fossimo tutti lì, mi ha dato un certo sollievo, quello che mi ha fatto capire che quello che avevamo fatto è stato importante è stata la nostra reazione i giorni dopo e la reazione della gente che ci stava vicina i giorni dopo perché noi anziché abbatterci ci siamo stretti l’uno all’altro… cioè io ho percepito la vicinanza fisica ed emotiva dei miei compagni nel fatto che la sera nessuno di noi voleva tornare per cazzi propri a mangiare, ma che ognuno di noi voleva stare tutti insieme volevamo continuare, in qualche modo, quella socialità che avevamo avuto fino a poche ore prima, fino al giorno prima, fino alla settimana prima, quindi appunto non la voler dar vinta a chi ce l’aveva tolto… c’era molto una necessità di sentire personalmente e collettivamente il fatto che noi non eravamo sconfitti però non è stato uno sforzo, come dire una finzione di mostrarti qualcosa che non c’era, invece era reale il fatto che noi eravamo ancora lì e che c’era tutto quello che avevamo fatto era ancora lì…»

 

Immagine in copertina da adnkronos.com

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Claudio Riga

laurea triennale in Scienze Antropologiche presso AlmaMaterStudiorum Bologna laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso AlmaMaterStudiorum Bologna attualmente Master di 2 livello in Cooperation and Development presso IUSS Pavia

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