Occupare la città: etnografia di una casa occupata- “l’umiltà degli oggetti”

Occupare la città: etnografia di una casa occupata- “l’umiltà degli oggetti”

Questo è il terzo articolo col quale si chiude la parte teorica di una ricerca svolta nella primavera del 2016 per una tesi magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna. La ricerca intendeva indagare la percezione di alcuni occupanti e militanti della sinistra antagonista di Roma nei confronti della pratica di occupare illegalmente edifici abbandonati o dismessi.

In questo articolo si esporranno inizialmente alcune linee guida utili per una ricerca in contesto urbano, e solo successivamente alcune tesi sul tema della casa.

La disciplina antropologica, da sempre specializzata in “altre culture”, indirizzò il proprio interesse verso le città solo agli inizi degli anni ’60 dello scorso secolo, anni in cui, quasi ovunque ampie masse di individui si trasferirono dai villaggi ai nuovi centri cittadini in rapida crescita.

Da quel momento in poi gli antropologi urbani cominciarono a richiedere i propri spazi all’interno delle università e a costituirsi come comunità autonome. L’antropologia non si occupò più solo delle “culture esotiche”, provenienti da luoghi remoti e lontani, ma iniziò a dirigere il proprio sguardo verso contesti più familiari.

Nel 1980 Hulf Hannerz, nel suo celebre “Esplorare la città”, ha tracciato le linee più importanti della strada percorsa dall’antropologia urbana fino a quel momento, tentando di conferirle una struttura concettuale e teorica coerente. Le iniziali riflessioni dell’antropologo svedese sono nate dalla necessità di difendere e in qualche modo legittimare le ricerche in quelle città come “Boston o Berlino”, che fanno parte delle “nostre” società.

“L’approccio che noi preferiamo è quello in cui l’antropologia, grazie alla sua consapevolezza che ogni stile di vita non è che uno fra un numero quasi infinito di alternative, può contribuire ad acquistare una visione più distaccata dell’ambiente che ci è più familiare.” (Hannerz, 1992:80)

La capacità di dimostrare attraverso esempi empirici la varietà e vastità di possibili “stili di vita” dovrebbe condurre non soltanto a ciò che Wright Mills chiama “immaginazione sociologica”(1961), ma anche a “un’immaginazione peculiarmente antropologica” che consentirebbe, mediante confronti e comparazioni, di affinare le conoscenze di stili di vita culturalmente differenti. In questo senso, l’immaginazione antropologica, si può ritrovare anche nei contesti più familiari che diventano pertanto sconosciuti e suscettibili a nuove scoperte.

Ciò che Hannerz mette in evidenza è anche come l’approccio antropologico si contraddistingue da quello di altri scienziati sociali perché tende a porre al centro dell’analisi “i sistemi di relazioni”.

“In altre parole, l’immagine antropologica della società è più specificatamente quella di episodi di interazione e di interdipendenza più stabili tra le persone. Gli individui di cui si occupano gli antropologi sociali sono sempre in relazione tra loro. (…) I sociologi si trovano spesso di fronte al paradosso di astrarre gli individui dal complesso dei loro legami, di isolarli dal loro contesto, continuando però a definirli animali sociali. Questa differenza di prospettiva è fondamentale. (…) Il nostro lavoro si colloca dunque in una prospettiva relazionale. Metteremo l’accento sulle situazioni sociali, sulla partecipazione degli individui ad esse e sulla complessa vita sociale su queste basi.”  (Hannerz, 1992:82)

Gli esseri umani, costantemente in relazione tra loro, nell’atto di comprendere la realtà sociale all’interno della quale sono calati, in un modo o nell’altro le attribuiscono un significato, la dotano di senso. Ogni situazione, fenomeno o esperienza vissuta acquisirà un significato, che può essere diverso e particolare per ogni individuo ma anche simile e comune a un gruppo.

I significati però, per quanto possano essere recepiti o intesi in maniera singolare, si producono, si sviluppano, si diffondono e si modificano attraverso le interazioni sociali.Gli scambi sociali permettono loro di stabilire il significato da attribuire ai fenomeni.” (Hannerz, 1992:459)

I significati che conferiamo alle cose del mondo costruiscono ciò che chiamiamo cultura. Se quest’ultima riguarda la produzione e circolazione di determinati significati all’interno di uno specifico contesto geografico e storico, vuol dire che lo studio della realtà urbana, intesa come una particolare struttura di relazioni sociali, va posta direttamente in rapporto allo studio della produzione, riproduzione e circolazione di quei significati in forma di idee, valori o pensieri. Fondamentale, in questo senso, sarà allora comprendere in che modo questi ultimi vengono creati e veicolati .

Due pionieri delle scienze sociali come Marx ed Engels , a cominciare dall’Ideologia tedesca, scritta nel 1845 ma pubblicata solo nel 1932, asseriscono che il modo in cui una persona vede la realtà dipende dalla posizione che occupa all’interno della società. E in particolare mettono in evidenza il ruolo che riveste la collocazione all’interno dei rapporti di produzione nel modo in cui ogni individuo interpreta o concepisce il mondo che lo circonda.

Riprendendo l’espressione di Berger e Luckman (1969) si può affermare che esiste una “costruzione sociale della realtà”. In un sistema sociale complesso gli individui derivano i significati sia dalle loro esperienze o dalla loro storia personale, sia dalla comunicazione con altri individui.

All’interno della stessa società possono svilupparsi e circolare sia una serie di significati comuni sia diversi tra loro o talvolta in conflitto. Se i significati che attribuiamo al mondo non fossero un minimo condivisi non potremmo parlare di cultura. E allo stesso tempo se nella realtà sociale esistesse un solo e unico flusso di significati la cultura sarebbe omogenea e le ricerche degli antropologi non avrebbero più senso. Ma così non avviene, alcune interazioni sociali producono di più, in termini di cultura, di altre.

Ne consegue che ci saranno inevitabilmente una serie di significati che circoleranno o si sedimenteranno maggiormente fino ad essere definiti dominanti, in un processo asimmetrico in cui una delle parti sovrasta le altre. Come si è già detto nei precedenti articoli “le idee della classe dominante sono, in ogni epoca, le idee dominanti”.

Lo stesso Hannerz mette in luce come nelle moderne città occidentali il potere diffonde e trasmette una determinata impostazione culturale specialmente attraverso alcune componenti essenziali: le istituzioni. Le istituzioni statali sono tra i principali vettori di norme, valori, idee, modi di comportarsi.

Ci sono, però, un’altra serie di componenti, più silenziose e  implicite, che insieme alle istituzioni contribuiscono al processo di costruzione degli esseri umani: gli oggetti. Daniel Miller (2013), noto antropologo della University College of London, è sicuramente tra gli autori che hanno dedicato la maggior parte del loro lavoro a rinnovare le teorie sulla cultura materiale.

Il suo approccio alla cultura materiale, delineato in gran parte in Per un’antropologia delle cose, propone di considerare gli oggetti non più come entità separate dal mondo degli uomini, ma in costante interazione. Non pensare più soggetto e oggetto come irrimediabilmente divisi ma mutualmente interdipendenti in un processo continuo durante il quale vengono creati sia gli esseri umani, che gli oggetti materiali.

Le sue prime riflessioni prendono spunto dall’idea di oggettificazione proposta da Marx (1975) nei Manoscritti economici filosofici, pubblicati solo nel 1932, elaborati rileggendo la filosofia dialettica hegeliana in chiave materialista. Per riassumere molto brevemente, nella Fenomenologia dello spirito, pubblicato per la prima volta nel 1807, Hegel (1977) postulò che l’essere umano, immaginato nella sua condizione “primitiva”, raggiunge la consapevolezza di sé, solo dopo aver raggiunto la consapevolezza che esiste qualcosa fuori da sé.

In questo continuo processo dialettico l’essere umano capisce che la sua percezione dell’esterno esiste solo come esito di un accrescimento della propria coscienza. Inizialmente, dunque, l’uomo percepisce ciò che ha creato come un qualcosa di esterno, di indipendente alla sua azione creatrice, alieno: una volta che inizia a realizzare che ciò che esiste all’esterno, esiste perché l’uomo stesso l’ha creato, raggiunge dei livelli di consapevolezza più alti che gli permettono una migliore capacità di comprendere sé stesso.

Marx, dal canto suo, si rese conto che la filosofia dialettica di Hegel, aveva capito il processo nel modo giusto, con l’unico riguardo che quelle teorie si sarebbero dovute applicare allo sviluppo del mondo materiale. L’evoluzione sociale, per Marx, non coincide in semplici avanzamenti della coscienza “interiore”, ma nelle migliori abilità di costruire oggetti materiali a partire dalla natura. Il processo iniziale è sempre il lavoro.

“E’ il lavoro umano che trasforma la natura in oggetti e crea lo specchio nel quale possiamo finalmente riconoscerci e arrivare a capire chi siamo. E’ così che il lavoro produce cultura sotto forma di oggetti.”(Miller, 2013: 55) “Lo scopo del lavoro è quindi l’oggettificazione della specie umana: l’uomo non si riproduce solo intellettualmente all’interno della sua coscienza, ma anche in maniera attiva nel reale, ed è certamente in grado di contemplare sé stesso nel mondo che ha creato.” (Marx, 1975: 329)

Queste teorie permettono a Miller di ricucire la separazione tra soggetto e oggetto, dimostrando così il processo attraverso il quale gli oggetti sono creati dall’uomo, ma allo stesso tempo creano l’uomo. Attraverso gli oggetti, l’uomo costruisce sé stesso. Ma come avviene nello specifico questo processo per cui gli oggetti materiali producono un particolare tipo di umanità?

Miller, in questo senso, espone la sua teoria che definisce “umiltà degli oggetti”: “gli oggetti sono importanti non perché sono evidenti e creano limiti o possibilità fisicamente visibili, ma proprio per il motivo contrario. Accade così proprio perché di solito noi non li vediamo. Meno siamo consapevoli della loro presenza, più potentemente riusciranno a determinare le nostre aspettative, dando forma alla scena e garantendo un comportamento appropriato. Hanno il potere di determinare quello che accade fino al momento in cui rimaniamo inconsapevoli della loro capacità” (Miller, 2013: 47)

Ogni individuo, in ogni società, impara sin da bambino ad interagire con una diversa quantità di oggetti, che lo portano ad apprendere le norme e i significati sottostanti. Questo apprendimento non avviene in maniera passiva ma piuttosto attraverso la vita di tutti i giorni, supportando ciò che Bourdieu (2003) chiama “teoria della pratica”.

“Prima di avere la possibilità di creare degli oggetti, cresciamo e maturiamo alla luce delle cose lasciate dalle generazioni precedenti alla nostra. (…) Sono loro a dirigere inconsciamente i nostri passi e a costituire il paesaggio della nostra immaginazione, così come l’ambiente culturale a cui ci adattiamo. Bourdieu ha chiamato habitus questo ordine organizzatore delle nostre azioni che agisce su di noi senza la nostra consapevolezza.” (Miller, 2013: 50)

Si è detto come attraverso il processo di oggettificazione, le persone arrivano a comprendere sé stesse mediante il mondo materiale che le circonda. Ma cosa succede quando quel mondo non è creato da loro stessi, ma da altri?  Cosa succede quando una classe al potere ha costruito le case oggettificando i propri valori, e le masse popolari sono state costrette ad abitarci ? La casa è un potente strumento di oggettificazione, ma non per questo le persone rimangono passive di fronte alla sua forza: possono trovare diversi modi creativi per rispondervi.

Le teorie di autori come Latour (1993) e Gell (1998) che parlano dell’argomento in termini di agency degli oggetti, provando a trascendere l’opposizione tra soggetto e oggetto, possono introdurre un tema che Miller espone riflettendo sul significato del termine inglese accomodation. Le case dunque, sono dotate di una loro agency, e di conseguenza hanno la capacità di agire su di noi. Gli esseri umani, però, hanno la possibilità di trattare, confermare o rifiutare l’agency stessa degli oggetti. Attraverso il significato di accomodation si può ragionare su queste possibilità.

L’uomo partecipa a questo processo di costruzione reciproca, non solo attraverso l’attività edilizia ma anche abitando quelle case costruite da altri. In questo continuo processo di adattamento ha la capacità attiva di trasformare, modificare, alterare quegli oggetti materiali che lo circondano, fabbricati da altri, trasformando così anche sé stesso e le logiche che veicolano una cultura.

E’ chiaro che chi dispone del potere di produrre, gestire e ordinare gli spazi e la cultura materiale per mezzo dell’urbanistica, di piano regolatori ecc. ha una capacità maggiore di produrre, gestire e ordinare anche le relazioni che si sviluppano al suo interno, e così i significati che danno vita a una cultura.

Gli individui che non dispongono di questi poteri e si limitano o vengono costretti ad abitare non possono però essere considerati come soggetti passivi vista la possibilità manipolatrice di agire su quegli spazi e modificarli, provando così a impostare relazioni e significati più adeguati alle loro esigenze.

Tutti sono coinvolti in quel processo di accomodating che mira a trasformare la realtà materiale, e dunque tramite essa la realtà sociale in generale. Questo fenomeno di adattamento ed appropriazione attraverso il quale gli spazi della casa e noi stessi ci trasformiamo reciprocamente, può aiutare a far cadere quella dicotomia tra “cultura materiale” e “cultura immateriale”.

Agire sulla “cultura materiale” dunque, può avere effetti diretti sulla “cultura immateriale”. Queste due dimensioni non possono essere considerate separate e ancora meno dicotomiche, ma come parte dello stesso processo.

Si è parlato fin’ora della potenza che gli oggetti hanno nel plasmare un certo tipo di umanità, e della volontà degli uomini di non lasciarsi semplicemente condizionare da una cultura imposta, calata dall’alto. Si è detto come la facoltà degli uomini di agire, e quindi di trasformare l’ambiente in cui vivono debba essere messa in diretta relazione con la volontà di impostare, modificare o far sorgere una determinata cultura.

In questo senso, la pratica dell’occupazione e la serie di significati e relazioni che si vengono a instaurare per merito di essa, oltre che avere la funzione pratica immediata di mettere un tetto sopra la testa delle persone, può essere letta come la volontà degli individui di agire in maniera attiva nella realtà, di modellare e plasmare a loro piacimento quella realtà, sganciandosi o ponendosi esplicitamente in conflitto alla “cultura dominante” e proporre  una cultura alternativa, conflittuale, antagonista.

Volontà di riappropriarsi degli spazi, riappropriarsi della città e proporre valori diversi da quelli che la classe dominante vuole imporre sono alcuni dei temi maggiormente discussi sul campo con i dieci intervistati e possono essere considerate già di per sé attività rivoluzionarie, conflittuali e antagoniste, proprio perché non accettando una visione del mondo così come viene imposta dall’alto ci si pone a priori contro quella visione, contro quella cultura, contro quei modi di vivere e organizzare le relazioni umane.

Nei prossimi articoli si cercheranno di mettere in relazione queste teorie col pensiero di dieci militanti che hanno fatto della pratica dell’occupazione uno dei nodi principali delle loro azioni politiche.

 

Bibliografia:

Bourdieu P., 2003, Per una teoria della pratica. Con tre studi di etnologia cabila, Milano, Raffaello Cortina (ed. or. 1972 ).

Gell A., 1998, Art and Agency: an Anthropological Theory, Oxford, Oxford University Press.

Hannerz H., 1992, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Bologna, Il Mulino (e.d. or., Exploring the city. Inquiries Toward an Urban Athropology, New York, Columbia University Press, 1980).

Hegel G., 1977, Phenomenology of Spirit, Oxford, Oxford University Press. (ed. or. 1807)

Latour B., 1993, We Have Never Been Modern, Hemel Hempstead, Harvester Wheastsheaf.

Marx K., 1975, Early Writings, Hardmonsworth, Penguin.

Marx K.,  Engels F., 1958, Ideologia tedesca, Roma, Editori riuniti (ed. or. Die Deutsche Ideologie, 1932).

Miller D., 2013, Per un’antropologia delle cose, Milano, Ledizioni (ed. or. Stuff, Polity Press, 2009).

Mills C. W., 1970, L’immaginazione sociologica, Milano, Il Saggiatore (ed. or., The Sociological Imagination, Grove Press, New York, 1961).

 

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Claudio Riga

laurea triennale in Scienze Antropologiche presso AlmaMaterStudiorum Bologna laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso AlmaMaterStudiorum Bologna attualmente Master di 2 livello in Cooperation and Development presso IUSS Pavia

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