Memoria, rituale, incorporazione: Mamuthones e Issohadores di Mamoiada

La Sardegna oggi vive della sua stessa memoria. La dimensione di un patrimonio culturale da custodire gelosamente (http://www.homologos.net/laccabadora-sarda-una-pratica-rituale-della-buona-morte) è profondamente radicata in quelle realtà in cui processi di globalizzazione e avanzamento tecnologico giocano a integrarsi con tradizioni secolari, attraverso una costante riformulazione culturale. Penso alle piccole comunità dell’entroterra sardo, lontane dalla mondanità costiera.

Spesso dimenticate, o sconosciute ai più, sono il cuore pulsante di memorie ancestrali, credenze e danze di un’arte la cui origine si perde nei secoli. Rivisitazione e ricreazione sono parte integrante del tessuto sociale locale; alla base di ciò la voglia di non far morire la tradizione, trasmettendola di generazione in generazione.

Sardegna, terra di emigrazione: chi per studio, molti per lavoro. Il processo che porta ad abbandonare la terra d’origine è lento ma costante, e spesso il rientro è solo motivo di vacanza per chi si è costruito una vita altrove. I paesi dell’entroterra a poco a poco si svuotano, e i maggiori centri urbani assorbono ben poco di questa ondata migratoria. Un motivo in più per far rivivere e proteggere la memoria, proprio in quelle piccole realtà in cui è più minacciata.

Memoria significa ricordo, radici, appartenenza. Ma anche conoscenza e condivisione. Per questo le manifestazioni popolari di questo tipo oggi hanno un valore aggiunto; la tradizione è tenuta in vita e ripensata alla luce di una società in continuo cambiamento, i cui protagonisti si fanno testimoni e promulgatori. Memorie antichissime condivise con post, video e foto sui principali canali social superano la barriera del tempo e raggiungono gli occhi di tutti: un incessante e creativo dialogo le salva dall’oblio.

Un rituale semplice, simbolico viene ricreato ogni anno nel comune nuorese di Mamoiada, in occasione della festa del santo patrono, che cade il 17 gennaio. E’ il carnevale mamoiadino, la celebrazione di Sant’Antoni e su o’u (Sant’Antonio del fuoco). Il rito ruota intorno al fuoco, intorno al quale le danze assumono un valore apotropaico o propiziatorio; anticamente servivano ad allontanare gli spiriti maligni e a favorire annate agrarie abbondanti.

Il momento della vestizione degli uomini assume i tratti di un processo di incorporazione. E’ la disposizione del proprio corpo ad assorbire un complesso di logiche e significati, a farsi oggetto e strumento culturale attraverso l’adozione di codici comportamentali e vestimentali.

Si esplorano nuove possibilità espressive del corpo, che si configura in un’identità processuale e dinamica, svincolato da una concezione meramente biologica. La dimensione soggettiva di chi incorpora questa esperienza è integrata in una dimensione relazionale; il corpo è ripensato nel suo essere sociale, agente attivo della rappresentazione culturale. 

Abbiamo parlato di incorporazione, di significati e logiche da far propri tramite vestizione, gesti, movenze: Mamuthones e Issohadores sono le maschere da ricreare nella riproposizione del cerimoniale. Si distinguono per quei codici comportamentali e vestimentali che qui assumono valenza storica: alcuni vedono nell’austera danza rituale la celebrazione delle stagioni e della pioggia, altri il racconto di vittorie contro i saraceni risalenti al IX secolo, o ancora un ancestrale rito totemico di venerazione del bue.

 

 

Proprio questo animale, anticamente investito di sacralità, è vagamente ricordato nelle sue sembianze dalle scure maschere in legno di noce (visera) e dalle pelli (mastruca) dei Mamuthones, su cui è ancorata una serie di campanacci. La cerimonia di vestizione comprende sos husinzos (le scarpe degli antichi pastori) e su muccadore (il fazzoletto scuro che copre la maschera).

Gli Issohadores invece ricorderebbero maschere iberiche: sono coloro che portano sa soha, una lunga fune in giunco lavorato, che anticamente serviva per legare e catturare il bestiame. Da qui, il ruolo di dominanza rispetto al Mamuthone. L’Issohadore si caratterizza per il tipico copricapo sardo, maschera bianca, un corpetto rosso (curittu), e sas carzas, pantaloni a cui è legata una cinghia in pelle e stoffa dove sono appuntati piccoli sonagli, i sonajolos.

 

 

La processione danzata (R.Marchi) è guidata da un Issohadore, su guidadore, che impone il passo e dà il ritmo. Egli ricorda, per il suo ruolo, le figure sacerdotali in epoca nuragica. I Mamuthones si muovono a piccoli passi cadenzati, compiendo un movimento obbligato appesantiti dalle pelli e dalla maschera.

Nell’avanzare danno tutti insieme dei colpi di spalla ruotando il corpo una volta verso destra e un’altra verso sinistra; questo movimento in due tempi è eseguito in sincronia e produce un unico, fortissimo frastuono dei campanacci. Gli Issohadores si muovono con passi più agili, leggeri e quando vogliono gettano sa soha e cercano di prendere dalla folla le giovani donne, per il buon auspicio di fertilità.

La danza di Mamuthones e Isshohadores

 

Al di là delle curiose specificità del rito, sulla cui origine si potrebbe quasi giocare a perdersi nei secoli addietro cercando di stabilirla, è interessante notare l’odierna portata sociale di questa manifestazione.

La comunità interrompe le quotidiane attività, il traffico è vietato per qualche ora; la strada si fa palcoscenico. Persone comuni impersonano ancestrali personaggi di cui si percepisce, in un coinvolgimento multisensoriale, la sacra simbologia: nelle movenze solenni, nelle maschere fermate in eterno in una grave espressione, nel silenzio rotto dal suono dei campanacci. E altrettante persone comuni osservano, partecipi di un tempo antico che vive ed è condiviso in un reale contatto, ancora una volta, attraversando i secoli.

 

Sitografia:

https://www.luigiladu.it/mamoiada/mamuthones.htm.

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