Mazapégul: apologia del trickster romagnolo

«Côrda di cânva pr impichêr e’ ledar, / bóna per impicher e’ mazapédêr» (Frammento di formula per liberarsi dal mazapédar)

«In questo anno in casa de madonna Benvegnuta, sorella de Guaspero Martinello, li era uno spirito ovvero folletto inamorato de la gentile sua massara, gioveneta venere, el quale di continuo faceva svoltare uno bacile intorno a sonari» (Estratto da un contratto di vendita del 9 maggio 1487, conservato nell’Archivio generale di Forlì: Prot. Gen. Vol. 47, Prot. Spec. I, Fasc. 199)

Il patriarca della famiglia mezzadrile, con la testa piena di affari, non dorme bene. Come la moglie la mattina si sveglia da un sonno tormentato. Sudato, con il petto pesante e il respiro affannoso si alza, si veste, consuma un poco di polenta di mais avanzata nel paiolo ed è già pronto: l’immenso ventre giallo del campo lo aspetta, i braccianti sono da condurre, e l’acqua è da tirare su dal pozzo, e le enormi vacche bianche esigono il loro tributo giornaliero. Il lavoro è da fare e il signore, con parole di Elio Caruso, è diviso tra famiglia, terra e padrone.

Ma la notte arrivano, puntuali come il gallo la mattina seguente. Solitamente uno riesce a sgattaiolare in camera da letto, gli altri aspettano fuori, entrano nelle stalle, tormentano le bestie. Il povero, unico, magro cavallo verrà trovato con la criniera intrecciata, tremante, madido di sudore.

Sarà difficile farlo uscire dalla stalla e condurlo per le terre, insieme al mulo carico di attrezzi. Sono i mazapégul, come li chiamano nel forlivere; ma li conosciamo anche come mazapédar nel ravennate, nel ravennate; mazapëder e mazapigur a Imola; e poi mazapévar, mazapòis, mazapégual, mazapégval, mazapigul. Su, nelle campagne bolognese, la notte, arriva il mazzapèider. Sono folletti, maliziosi, a volte portano un berrettino rosso, beato chi lo ruba e lo getta nel pozzo della corte: la creatura, scaltra e rapida, vi si immergerà a sua volta tentando di recuperarlo e, forse, vi rimarrà intrappolata.

Col favore del buio trovano la via della stanza da letto e, senza che la vittima si svegli, ne tormentano il sonno con estremo godimento. Salgono sul petto, molto ma molto più pesanti di quello che all’apparenza possono sembrare. Più il malcapitato si divincola tra le lenzuola, più il mazapégul è contento, nel suo ghigno di succiacapre.

Per immaginarcelo dobbiamo pensare a una sorta di versione agreste dell’Incubo di Johann Heinrich Füssli (1791), ma senza cavallo sullo sfondo a officiare il rito di tormento, meno romantico, più reale. Per questa abitudine di insidiare l’addome del dormiente la gente delle valli lo chiama anche caicarel, caicatrep, cheicabligul, sciazabigul, ovvero colui che spinge, colui che schiaccia la pancia.

I contadini sanno della loro esistenza, la prendono per buona, per un dato di fatto. Quella con il mazapégul è una convivenza, rientra nell’ordine naturale delle cose, nella visione del mondo della gente di Romagna. Il folletto è assolutamente reale come lo sono le enormi vacche bianche che, adornate, vengono condotte all’asta; il folletto è gravoso come il lavoro nel campo, che non aspetta e non ammette ritardi.

Neanche i mazapégul si fanno attendere. Talvolta scelgono un individuo della famiglia, talvolta distruggono il magro riposo di un po’ tutti; se la notte si siede sul tuo petto e ti visita ripetutamente, si dice, è inutile radunare i buoi, cercare nuova sistemazione. Certo, sono legati alla casa ma, al contrario dei genii locorum latini, non offrono alcun tipo di protezione alla dimora e a chi vi abita. Se te ne vai loro si intrufolano negli anfratti tra le cataste di mobili e, senza saperlo o sapendo di sperare invano, te li porti con te.

 

La figura del folletto è di matrice indoeuropea, quindi antichissima, declinata in infiniti modi in base alle culture, agli strati sociali, al rapporto con l’ambiente naturale e antropizzato. Il Fairy People delle isole britanniche, il cosiddetto piccolo popolo, presenta figure parzialmente sovrapponibili al nostro mazapégul: il brownie e il boggart su tutti, a volte servizievoli, più spesso sinistri e in vena di elaborati dispetti. Ce li mostrano le sapienti mani di Alan Lee e Brian Froud nello storico e meraviglioso volume Faeries (1978), accanto a figure tutt’altro che rassicuranti.

Jenny Greenteeth, orrida fata dalla pelle verde che vive nelle paludi: a lei, invocata tramite filastrocche, vengono sacrificati i bambini disobbedienti; Jimmy Squarefoot dalla testa di maiale, abitante dell’isola di Man; il kelpie scoto-irlandese che, sotto forma di magnifico cavallo bianco, trascina in acqua il proprio cavaliere e se ne ciba; la selkie, orcadiana creatura, a volte donna, a volte foca.

Queste presenze hanno nature doppie. Sono bifronti, confondono e ammaliano. Il nostro mazapégul addirittura può dimostrarsi nient’altro che un benevolo dispettoso, innocuo come un bambino scherzoso. Ed è proprio questa ambivalenza che rende la sua presenza sottilmente inquietante: non potrai mai sapere, infatti, quando si stancherà di scherzare.

 

 

Fonti:

Eraldo Baldini, Tenebrosa Romagna. Mentalità, misteri e immaginario collettivo nei secoli della paura e della “maraviglia”, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2014.

Elio Caruso, Le incallite terre. Vita, lavoro e tradizioni nelle campagne della Romagna ottocentesca, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2012.

Luciano De Nardis, È Mazapegul, «La Piè» a. V n° 2 (1924) pag 26-27.

Luciano De Nardis, Varianti alla tradizione popolare del ‘mazapegul’, in «La Piè» n° 9/10 (1928) pag 182-183.

Brian Froud & Alan Lee, Faeries, New York, Harry N. Abrams, 2010.

 

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Amedeo Santolini

Amedeo Santolini

Classe 1990. Musicista. Ho ottenuta la laurea magistrale in Musicologia all’Università di Bologna e sono laureando in Antropologia, Religioni e Civilità Orientali. Mi interesso di: etnomusicologia, folklore, antropologia delle religioni, Islam, metal estremo e storia naturale. Ho una passione smodata per i lati oscuri dell'esistenza umana. Colleziono dischi e libri.

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