Limiti e difficoltà del femminismo liberale

Le diverse prospettive femministe hanno posto e pongono al centro delle loro rivendicazioni l’uguaglianza di genere rintracciando nel patriarcato la causa di tutti i mali. Il patriarcato è generalmente indicato come una struttura sociale pre-capitalista storicamente esistita in varie forme in Europa e Asia in cui proprietà, residenza e discendenza procedono patrilinearmente. Nel patriarcato classico l’uomo più anziano ha l’autorità su qualunque altro membro della famiglia, compresi gli uomini più giovani, e le donne sono soggette a distinte forme di controllo e subordinazione. (Moghadam, 2004)

La persistenza del patriarcato è materia di discussione: è stato teorizzato che le società industriali non sono meno patriarcali delle società pre-moderne. Sharabi (1990) descrive il neo-patriarcato come il prodotto dell’incontro tra modernità e tradizione nel contesto delle società capitaliste che hanno modernizzato il patriarcato. Qualunque sia la forma esteriore delle famiglie, società o stati contemporanei neo-patriarcali le loro strutture interne rimangono radicate ai valori patriarcali. Caratteristica centrale rimane la dominanza dell’uomo sulla donna, a livello familiare come a quello statale. 

Il fatto strano è che questa dominanza non viene solo tacitamente accettata come “naturale”, ma molto spesso nemmeno messa in discussione.  Pierre Bourdieu (2009) ha definito questa accettazione il paradosso della doxa, cioè il fatto che “l’ordine del mondo così com’è, con i suoi sensi unici o vietati, […] i suoi obblighi e le sue sanzioni “viene più o meno rispettato, e che questo ordine stabilito, “con i suoi rapporti di dominio, i suoi diritti e i suoi abusi, i suoi privilegi e le sue ingiustizie” si mantiene con una discreta facilità, a tal punto che anche “le condizioni di esistenza più intollerabili possano tanto spesso apparire accettabilii e persino naturali” (Bourdieu, 2009: 7). Bourdieu afferma di aver sempre visto nel dominio maschile e “nel modo in cui viene imposto e subito, l’esempio per eccellenza di questa sottomissione paradossale” effetto di ciò che chiama violenza simbolica

“Violenza dolce, insensibile, invisibile per le stesse vittime, che si esercita essenzialmente attraverso vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza o, più precisamente, della mis-conoscenza, del riconoscimento e della riconoscenza o, al limite, del sentimento. Questo rapporto sociale straordinariamente ordinario offre così un’ occasione privilegiata per cogliere la logica del dominio esercitata in nome di un principio simbolico conosciuto e riconosciuto dal dominante come dal dominato.” (Bourdieu, 2009: 7-8)

Bourdieu continua asserendo che: “la precedenza universalmente riconosciuta agli uomini si afferma nell’oggettività delle strutture sociali e delle attività produttive e riproduttive, fondate su una divisione sessuale del lavoro di produzione e riproduzione biologica e sociale che riserva all’uomo la parte migliore, come pure negli schemi immanenti a tutti gli habitus: formatisi in condizioni analoghe, quindi oggettivamente in accordo tra loro.” (Bourdieu, 2009: 43-44)

Il teorico francese elabora il concetto di habitus, come esposto in Per una teoria della pratica:

“Sistemi di disposizioni durature, strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti, vale a dire in quanto di principio di generazione e di strutturazione di pratiche e di rappresentazioni che possono essere oggettivamente ‘regolate’ e ‘regolari’ senza essere affatto il prodotto dell’obbedienza a delle regole, oggettivamente adattate al loro scopo, senza presupporre l’intenzione cosciente dei fini e il dominio intenzionale delle operazioni necessarie per raggiungerli e, dato tutto questo, collettivamente orchestrate senza essere il prodotto dell’azione organizzatrice di un direttore d’orchestra.” (Bourdieu, 2003: 206-207)

Il risultato è che “i dominati applicano categorie costruite dal punto di vista dei dominanti ai rapporti di dominio, facendoli apparire come naturali.” (Bourdieu, 2009: 45) E così “le stesse donne applicano a ogni realtà e, in particolare, ai rapporti di potere in cui sono prese, schemi di pensiero che sono il prodotto dell’incorporazione di questi stessi rapporti di potere.”(Bourdieu, 2009: 44)

I movimenti femministi di matrice liberale reclamano la parità di diritti tra uomo e donna nelle legislazioni e la parità di trattamento nelle opportunità lavorative e nell’educazione. Le battaglie portate avanti da questi movimenti ruotano intorno ai diritti riproduttivi come il libero accesso all’aborto, agli ingiusti squilibri salariali, alla scarsità di donne in posizioni di autorità, all’istruzione femminile, e alla lotta contro le molestie e le violenze sessuali. (Lorber, 1997) Recentemente, proprio contro le molestie e le violenze sulle donne, specialmente sul posto di lavoro, si è diffuso il movimento #Metoo, in seguito alle accuse di violenza sessuale contro il produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein.

Tralasciando il problema che questi movimenti, non ponendosi direttamente in un ottica conflittuale contro le strutture patriarcali, e nemmeno contro le strutture di dominazione che agiscono sulla base di razza, classe, etnia o simili determinanti sociali, bensì prefiggendosi solo una loro trasformazione dall’interno, sono spesso finiti per diventare funzionali al progetto neoliberale basato sugli ideali di individualismo e competizione (Sardenberg, 2012). Per quanto nobili siano, le battaglie contro le molestie o le violenze sessuali, o per esempio, sulle pari retribuzioni salariali, sono finite per diventare battaglie individuali di singole donne lasciando le relazioni sociali fuori dall’analisi, e non mettendo nemmeno in discussione le strutture politiche ed economiche.

Detto ciò, è necessaria una valutazione più profonda. Sharma (2000) può essere d’aiuto a dirigere la riflessione in questa direzione. In Empowerment without Antagonism avvia uno scrutinio sistematico del cosìdetto empowerment approach, paradigma divenuto centrale per le femministe liberali come ad esempio Naila Kabeer (2001,2005), che ha basato la sua carriera accademica a definire e tovare modi per misurare l’empowerment femminile.

Va ricordato che il concetto di empowerment è stato usato in diversi ambiti e discipline come dalla psicologia, dall’ economia, dalla pedagogia, dagli studi sui movimenti sociali, agli studi di genere, e proprio per questa varietà non ha una chiara e precisa definizione. In generale può essere indicato come quel processo di crescita che porta l’individuo a riconoscere il suo pieno potenziale. Nell’ambito degli studi di genere potrebbe essere tradotto col termine emancipazione, anche se la traduzione in italiano non rende a pieno la portata che il costrutto di empowerment coinvolge. Una più accurata e precisa definizione risulterebbe impossibile qui, data la vasta quantità di materiale pubblicata a riguardo. Si proverà ad approfondire l’argomento nei prossimi articoli.

Tornando a Sharma, evidenzia le fallacie dell’empowerment approach esaminandolo da tre prospettive: liberale, strutturale e culturale.

Dalla prospettiva liberale evidenzia tre problemi: exclusionary bias, adversial orientation e subversive logic.
L’exclusionary bias riguarda il fatto che le organizzazioni e i movimenti femministi, così come i discorsi accademici tendono ad escludere e isolare gli uomini. Il risultato di ciò è l’alienazione degli uomini dalle questioni di genere. E’ anche evidente l’adversial orientation, cioè che si tende a proiettare gli uomini come avversari delle donne. La subversive logic porta invece a rifiutare che le donne stesse si comportano come nemici di altre donne, come al contrario dimostrano, ad esempio, i conflitti suocera-nuora, ben illustrati dalla storia delle famiglie allargate. 

Dal punto di vista strutturale i problemi riguardano l’intrinseco psicologismo, astrutturalismo ed elitismo.
Psicologismo nel senso che è ritenuta fondamentale una presa di coscienza da parte delle donne. Sharma lamenta il fatto che un cambiamento di attitudini da parte degli uomini è forse ancora più urgente per stabilire le relazioni di genere in modo uniforme. Un cambiamento di attitudini da solo, non è comunque sufficiente, ciò che è ugualmente necessario per raggiungere l’obbiettivo dell’uguaglianza di genere è un cambiamento delle strutture economiche e politiche. Questo riguarda il problema dell’astruturalismo, cioè che viene ignorata la dipendenza economica delle donne agli uomini costruita nelle strutture delle relazioni di proprietà. L’approccio femminista liberale non offre alcuna strategia strutturale per raggiungere l’uguaglianza di genere. Sharma suggerisce ai movimenti femministi di non isolarsi dai movimenti di classe e connettersi alla causa comune degli oppressi e dei subalterni.

Riguardo la colpa di elitismo Sharma spiega che le donne vengono viste come una categoria omogenea, come una massa indifferenziata. All’interno della generale categoria di donne esistono invece numerose differenze: di classe, di educazione, di lavoro, di contesto geografico, e che queste differiscono non solo in base al background ma anche per interessi e necessità. La questione dunque è: a quali donne si rivolge questo approccio? La risposta di Sharma è che riguarda solo le donne appartenenti alla classe media, lavoratrice, urbana e istruita. Le casalinghe di classe inferiore, non istruite, di ambiente rurale, rimangono, in gran parte, tagliate fuori.

Da una prospettiva culturale le critiche mosse riguardano il suo marcato etnocentrismo occidentale e l’incapacità di relazionarsi all’ethos culturale dei paesi dell’Est. L’origine della subordinazione della donna viene fatta dipendere solo dalle sfere economiche e politiche. In questo modo si sottovaluta il ruolo delle disparità derivate da altri fattori come le stratificazioni sociali o le norme culturali-religiose che assumono maggiore importanza nelle società non occidentali. Purushothaman (1998), per esempio, osserva che la semplice oppressione di capitalismo e patriarcato avanzata nei contesti occidentali non riesce a catturare la realtà complessiva dei problemi affrontati dalle donne indiane. In India infatti il paesaggio culturale è marcatamente differente da quello occidentale e i problemi delle donne sono correlati alla struttura sociale delle caste, alla parentela e all’età piuttosto che esclusivamente al genere.

E’ anche vero che niente ha costruito le relazioni di genere come le religioni. Tradizionalmente tutte le religioni hanno, in un modo o in un altro, legittimato l’idea di gerarchie di genere.
Senza un riconoscimento dell’influenza delle gerarchie sociali, delle culture e delle religioni nelle società non occidentali l’approccio liberale e con esso il concetto di empowerment resterà un approccio etnocentrico.

Sharma, quindi, propone alcuni rimedi. Ciò che è necessario dal suo punto di vista è un bilanciamento delle relazioni: restoring the balance. Significa trasformare le relazioni di genere da gerarchiche a egalitarie anziché solo modificare le posizioni di potere delle donne. Per fare ciò, bisogna inserire le relazioni di genere in un quadro complementare anziché conflittuale. Gli uomini dovrebbero essere inclusi nel processo, non essere visti come avversari. 

Vengono presentate inoltre due strategie per raggiungere questo obbiettivo: education and planned socialization. Educazione in generale ed educazione femminile in particolare e gender sensitive socialization.  Dal momento in cui i modelli tradizionai di socializazzione sono di stampo patriarcale e per questo motivo sono stati uno strumento di perpetuazione delle logiche patriarcali, ciò che è necessario è un cambiamento qualitativo nei modelli di socializazzione, da patiarcali ad egalitari. 

“Men need gender sensitisation as much as women do. In fact, they need it even more, for they still are in a position of domination on account of the perpetuation of patriarchy. […]. It is time for both men and women to transcend their gendered identities and work together to transform the structure of gender relations from hierarchical to egalitarian.” (Shamra, 2000: 37)

Gli uomini hanno bisogno di una sensibilizzazione di genere tanto quanto le donne. Loro ne hanno bisogno ancora di più, perché sono ancora in una posizione di dominio a causa della perpetuazione del patriarcato.
E’ tempo per entrambi, uomini e donne, di trascendere le loro identità di genere e lavorare insieme per trasformare la struttura delle relazioni di genere da gerarchiche ad egalitarie. 

Conclude asserendo il bisogno non solo di un cambiamento strutturale nelle sfere economiche e politiche, non solo uno spostamento di potere dagli uomini alle donne, ma sopratutto un cambiamento culturale, un cambiamento di valori, a change of values.

Bibliografia

Bourdieu P., Il dominio mascile, Feltrinelli Editore. (2009)

Bourdieu P., Per una teoria della pratica, Raffaello Cortina Editore. (2003)

Kabeer N., Gender equaity and women’s empowerment: A critical analysis of the third millennium development goal 1, in Gender & Development, 13:1, 13-24, Routledge. (2005)

Kabeer N., Resources, Agency and Achievements. Reflection on the Measurement of Women Empowerment. (2001)

Lorber J.,  The Variety of Feminismsand their Contribution to Gender Equality, Oldenburger UniversitätsredenNr. 97 (1997)

Moghadam V. M., Patriarchy in Transition: Women and the Changing Family in the Middle East, in Journal of Comparative Family Studies, Vol. 35, No. 2, pp. 137-162. (2004)

Purushothaman S., Empowerment of women in India: Grassroots women’s networks and the State, Sage Publications. (1998)

Sardenberg C., Negotiating Culture in the Promotion of Gender Equality and Women’s Empowerment in Latin America, in IDS WORKING PAPER. Volume 2012 No 407. (2012)

Sharabi H., Neopatriarchy: A Theory of Distorted Change in Arab Society, Oxford University Press. (1990)

Sharma, S.L., Empowerment without Antagonism ; A Case for reformulation of Women’s Empowerment Approach, in Journal of Indian Sociological Society. Vol.49, No.1. (2000)

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Claudio Riga

laurea triennale in Scienze Antropologiche presso AlmaMaterStudiorum Bologna laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso AlmaMaterStudiorum Bologna attualmente Master di 2 livello in Cooperation and Development presso IUSS Pavia

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