L’identità del cibo. Un’analisi delle gastropolitiche messicane (pt. 2)

PARTE SECONDA: la gastronomia come dispositivo d’affermazione dell’identità nazionale e la patrimonializzazione della cucina.

Nell’articolo precedente ho iniziato ad esporvi alcuni estratti della mia tesi, partendo dall’illustrazione del caso della ESGAMEX ed arrivando a porre alcuni quesiti circa i suoi obiettivi e i temi che maggiormente soggiaciono alla gastronomia messicana. Perciò, nel secondo capitolo dell’elaborato, mi sono innanzitutto concentrata sul concetto di identità.

L’identità messicana non è il prodotto finale di un processo lineare, bensì di uno che ha radici profonde, frutto di secoli di lotte e continue ridefinizioni; processo che è ben lontano dall’essersi definitivamente concluso. Le tradizioni culinarie, in Messico come in altri paesi, si sono sempre configurate come potenti emblemi culturali, mediante i quali si sono andate sviluppando differenti costruzioni identitarie. Queste ultime si sono legate sia alla dimensione locale e regionale, sia, con il tempo, a quella nazionale.

Partendo da un excursus sull’alimentazione in epoca preispanica e sulla formazione delle prime forme di cucina “ibrida” nel periodo coloniale, ho poi preso in considerazione in particolar modo la formazione dell’identità nazionale. Questo perché, nel caso del Messico, essa nasce di pari passo alla creazione di un repertorio culinario che potesse essere a sua volta rappresentativo della nazione nascente.

Si può dunque sostenere che la Nazione messicana si crea attraverso la letteratura culinaria, specialmente per mezzo dei ricettari. Essi, producendo un’idea di cucina unica, favoriscono che la popolazione si immaginasse anche come un’unica comunità.  Esempio lampante di questo processo è senza dubbio il Cocinero Mexicano, una raccolta di preparazioni culinarie  dagli accessi toni nazionalistici, la cui prima edizione è datata 1831. Ci troviamo a soli dieci anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza messicana, una stagione caratterizzata dalla ricerca di una definizione adatta all’entità socio-politica appena sfuggita dalle catene della Corona spagnola.

Tuttavia da questo ideale di unitarietà vengono per lungo tempo esclusi i settori più poveri della società, fra cui gli indigeni. Sebbene le loro tradizioni culinarie fossero profondamente radicate nella storia e nel territorio infatti, non vengono ritenute adatte per le tavole civilizzate. I loro piatti vengono esclusi dai ricettari nazionali, o al massimo declassati a capitoli di minima rilevanza.

Il passato mesoamericano dei grandi imperi viene riconosciuto e glorificato dall’élite politica creola in quanto dimostrazione concreta che il Messico era destinato a divenire una nazione forte. Tuttavia tale futuro era concepito secondo i canoni della modernizzazione occidentale, in cui non vi era spazio per l’indio vivo. Non viene riconosciuta la continuità della cultura mesoamericana nel presente, il cui indigeno è visto solamente come “rovina che respira” di quell’epoca terminata al momento della Conquista.

Fra ‘800 e ‘900 tuttavia, la proliferazione di libri di cucina e ricettari continua, soprattutto per mano delle donne della classe media, le quali configurano un nazionalismo basato sulle tradizioni religiose e familiari conservatrici. Fu così che nel 1946 Josefina Velázquez de León pubblica Platillos regionales de la Républica mexicana, al cui interno venivano celebrati i piatti di origine nativa. Magrado ciò però, anche ora che i piatti popolari e indigeni vengono integrati al resto del repertorio culinario, si procede comunque ad una cancellazione delle differenze allo scopo di omologare l’indio agli ideali della Nazione.


«Consolidare la nazione significò dunque tentare di eliminare la cultura reale di quasi tutti, per impiantarne un’altra alla quale partecipavano solo alcuni» [1].

Questa negazione ed esclusione dell’indigeno contemporaneo è visibile anche nel processo di patrimonializzazione che ha caratterizzato la cucina messicana, analizzato nel Capitolo terzo. Qui ho sottolineato non solo le differenze fra le due Convenzioni UNESCO (1972 e 2003), ma ho analizzato i testi delle Candidature della cucina messicana (2005 e 2009) sottoposte all’ente internazionale.

Con il rafforzarsi della nozione di Patrimonio Immateriale, in Messico molti alimenti e preparazioni poco o per nulla apprezzati storicamente si sono convertiti in oggetti di orgoglio nazionale, da riconoscere e salvaguardare. Proprio in virtù di ciò il paese ha lottato per ottenere il riconoscimento UNESCO per la propria cucina, inizialmente fallendo ma poi conquistando la nomina nel 2010. Tuttavia dai testi di entrambe le candidature presentate emerge una grande enfasi sulle pratiche culinarie precoloniali piuttosto che su quelle contemporanee.

La cucina messicana non è concepita come l’unione delle diverse cucine regionali, nata nell’800 a partire da una storia di incontri e scontri e dalla pubblicazione dei ricettari, bensì come qualcosa di originario che ha sempre accomunato tutte le genti che hanno abitato le terre mesoamericane fin dagli albori. Viene così operata un ancestralizzazione della gastronomia, un meccanismo per cui quest’ultima viene ancorata ad un passato millenario che ne legittimi l’autenticità.

Ciò finisce per oscurare la dinamicità e la multidimensionalità  delle tradizioni culinarie e la diversità locale è ridotta ad un mero esempio della totalità nazionale, astorica e onnicomprensiva, su cui si fonda un altrettanto univoca identità verso la quale ogni cittadino ha il dovere di riconoscersi.

Le candidature messicane all’UNESCO si rivelano paradossalmente in contraddizione con la Convenzione del 2003 per il Patrimonio Culturale Immateriale. Mentre quest’ultima pone l’accento sulla partecipazione delle comunità detentrici all’intero processo di patrimonializzazione, nella realtà analizzata esse si ritrovano a non godere di nessuna tutela e di nessun protagonismo nella gestione del proprio capitale culturale.

Non viene riconosciuto il libero arbitrio delle comunità nei confronti del proprio patrimonio culinario, il quale è intrinsecamente fluido, pulsante, e che per sopravvivere deve essere costantemente ricreato e riadattato al mutare dei tempi e delle circostanze. La cultura non è un insieme statico, ma è continuamente modificata dagli attori sociali, anche in modi distanti da quelli che comunemente, o istituzionalmente, considereremmo “tradizionali” o “autentici”.

Autenticità che, va ricordato, è un valore estremamente arbitrario. Sono i soggetti sociali a stabilire, attraverso un processo di costruzione simbolica, quali elementi sono da considerarsi come patrimonio, fissando a seconda dei casi diversi livelli di autenticità. Insistendo nel considerare le gastronomie locali sempre identiche a sé stesse, rifiutando tutto ciò che si discosta da un ideale utopico di originalità, non si otterrà altro che l’estinzione di tecniche e saperi d’inestimabile valore culturale raggiungendo così la tanto temuta omogeneizzazione. Il fatto che la gastronomia sia teatro di incontro, scambio e contaminazione non significa che possa essere considerata meno autentica o meritevole di riconoscimento e valorizzazione.

Come direbbe lo storico Massimo Montanari, le identità, anche quelle culinarie, non sono iscritte nel cielo [2].

 

 

[1] Bonfil Batalla 1990: 104; [2] Montanari 2004: 154.

ALCUNI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • AA.VV. 2004a, Pueblo de maíz: la cocina ancestral de México. Ritos, cerimonias y prácticas de la cocina de los mexicanos, Mexico: CONACULTA.
  • AA.VV. 2004b, Patrimonio cultural inmaterial, «Patrimonio Cultural y Turismo, «Cuadernos», 9.
  • Anderson, B. 1996, Comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi, Roma: Manifestolibri
  • Bonfil Batalla, G. 1990, Mexico profundo: una civilizacion negada, Mexico: Editorial Grijalbo
  • Domenici, D. 2018, Gastropolitiche messicane. Il processo di riconoscimento UNESCO e l’idea di nazione, «Storicamente», in stampa.
  • Laborde, G. e F. X. Medina 2015, De los recetarios nacionales a los expedien-tes patrimoniales: cocinas, identidades y políticas estatales entre América y Europa, In R. Ávila, M. Álvarez e F. X. Medina (a cura di), Alimentos, cocinase inteercambios culinarios. Confrontaciones culturales, identidades, resignificaciones, Guadalajara: Estudios del Hombre/Universidad de Guadalajara, pp. 89-104.
  • Montanari, M. 2004, Il cibo come cultura, Roma: Laterza.
  • Nomination file 2010, Traditional Mexican cuisine – ancestral, ongoing community culture, the Michoacán paradigm, https://ich.unesco.org/en/RL/traditional-mexican-cuisine-ancestral-ongoing-communityculture-the-michoacan-paradigm-00400
  • Parbuono, in D. e F. Sbardella 2018, Premessa a Costruzione di patrimoni. Le parole degli oggetti e delle convenzioni, Bologna: Pàtron editore, pp. 7-15
  • Pilcher, J. 1998, ¡Que vivan los Tamales! Food and the making of Mexican identity, Albuquerque: University of New Mexico Press.
  • Santamarina, B. e A. Moncusí Ferré 2015, El mercado de la autenticidad. Las nuevas ficciones patrimoniales, «Revista de Occidente», 410-411: 93-112
  • Thome-Ortíz, H. 2017, Heritage cuisine and identity: free time and its relation to the social reproduction of local food, «Journal of Heritage Tourism», 13 (2): 104-114.
  • Wilk, R. 2002, Food and Nationalism: The Origins of “Belizean Food”, in W. Belasco e P. Scranton (eds.), Food Nations. Selling taste in Consumer Societies, New York-London: Routledge, pp. 67-89.

 

 

 

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Sara Miola

Studentessa magistrale di Antropologia Culturale e Etnologia, mi piace definirmi come una "trentina naturalizzata messicana". Con una predilezione per le Americhe, mi interesso soprattutto di antropologia alimentare e del turismo, ma anche di sessualità e del rapporto fra uomo e tecnologia.

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