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Le zone grigie dei diritti: la stregoneria in Gabon

Supponiamo che i pali di legno che costituiscono un granaio crollassero all’improvviso, e che un uomo trovi la morte durante l’incidente. Penseremo immediatamente che si tratti di uno sfortunato caso. Il perché quell’uomo si trovasse proprio lì, proprio in quell’esatto momento, sarebbe per noi una coincidenza dettata dalla contingenza.

Al contrario, in molte regioni dell’Africa non funziona proprio così. Per gli Azande, ad esempio, la risposta all’incidente non si riscontrerebbe nella casualità, bensì nella stregoneria. Essa avrebbe fatto sì che l’impalcatura di legno del granaio si distruggesse proprio nell’istante in cui si trovava quell’uomo nelle vicinanze.

Per quanto potremmo identificare tale pensiero con una visione non scientifica, irrazionale e sovrannaturale, la stregoneria è molto più complessa di quanto si pensi.

Uno dei primi a scardinarla da questo pregiudizio fu E.E. Evans-Pritchard (1902-1973), un antropologo inglese che condusse degli studi sul campo in Africa centrale racchiusi nel saggio “Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande” (1937).

Egli concepì la stregoneria non come un segno di inciviltà e ignoranza, quanto piuttosto come una spiegazione differente dalla nostra degli avvenimenti quotidiani, “un concetto fondamentale che dà forma alle loro esperienze delle avversità”. [1]

Il periodo storico successivo alla formulazione delle teorie di Evans-Pritchard fu caratterizzato da un ritorno della pratica in Africa e che continua ancora oggi; andando di pari passo con l’indipendenza dagli Stati occidentali e sviluppandosi “a partire dall’incontro coloniale con l’Altro, Bianco, europeo, e la violenza, i malintesi e le opportunità che accompagnarono tale incontro”. [2]

Le insicurezze e l’instabilità percepite dalle popolazioni furono racchiuse in specifiche visioni del mondo interpretate attraverso la stregoneria, in cui si esprimevano le violenze subite, i soprusi e il caos che caratterizzano la storia attuale di molti Paesi.  Tanto che molti antropologi concentrarono gli studi in materia, insieme alla ricerca delle condizioni di malessere e sofferenza.

Sebbene ancora oggi lo stereotipo dell’Africa come la terra della superstizione connessa a pratiche arcaiche dettate dall’ignoranza non sia caduto in disuso, la stregoneria si fa metafora della modernità, della povertà e delle tensioni causate dal capitalismo neoliberale, in cui i benefici economici si situano nelle mani dell’élite locali a danno della popolazione indigena.

Questo è quello che accade anche in Gabon, in cui “nonostante il reddito nazionale pro capite sia quattro volte superiore a quello della maggior parte dei paesi sub-sahariani, circa un terzo degli 1,8 milioni di gabonesi continua a vivere sotto la soglia di povertà”. [3]

Il Gabon è una Repubblica presidenziale situata nell’area centrale del continente, guidata politicamente da più di cinquant’anni dalla famiglia Bongo. Per quanto il Paese sia uno tra i maggiori esportatori di petrolio e di legname, la ricchezza è concentrata nelle tasche della dinastia.

Durante le elezioni presidenziali del 2017 i Bongo sono nuovamente riusciti a vincere, nonostante fossero in netto svantaggio rispetto agli avversari. La popolazione incredula ha accusato la dinastia di frode agli scrutini, fino a che le manifestazioni di protesta a Libreville sono degenerate in scontri cruenti e diversi morti. [4]

Così, la corruzione, l’instabilità politica e il malcontento generale hanno portato a rafforzare la credenza nei kohng (o kôn).

Javier Gonzalez Dìez si trovava in Gabon tra il 2005 e il 2008 per condurre degli studi sul campo e lì venne a conoscenza di tale credenza: il corpo di un bambino fu ritrovato esamine a Okala, zona periferica della capitale, mutilato degli organi genitali e degli occhi.

Indizi evidenti di un omicidio rituale: la famiglia della vittima e la popolazione locale attestarono che si trattasse di una pratica per trasformare le persone in kohng, parola traducibile in zombie.

Secondo la credenza, questi diverrebbero schiavi condannati a lavorare in eterno in piantagioni mistiche o reali per produrre ricchezza per l’élite del Paese. Morti messi al servizio dei vivi per mezzo di un incantesimo.

In Gabon, e in altre aree dell’Africa, la mutilazione è praticata per raggiungere il successo politico, dunque la ricchezza (non si fa riferimento qui al fenomeno della mutilazione genitale femminile, n.d.r.).

Vengono uccisi perlopiù bambini provenienti da famiglie povere i cui organi vengono anche venduti al mercato nero. Ecco che i significati del divenire un kohng si intrecciano a più livelli: oltre a essere sinonimo della manodopera gratuita utilizzata dai proprietari terrieri e delle industrie come garanzia di un margine di profitto più ampio rispetto all’utilizzo di lavoratori salariati, gli spiriti dei morti sono condannati ad accrescere il potere e la ricchezza di chi pratica le mutilazioni per mezzo dell’espropriazione dei propri organi.

Inoltre, si pensa che questi zombie siano anche persone che vagano tra la città e le piantagioni, pallide, senza forza, con lo sguardo vuoto poiché privati della propria anima. Probabilmente, secondo Dìez, l’uso massiccio di pentotal [5] – barbiturico utilizzato negli USA per le esecuzioni di morte dei carcerati – ha fatto sì che si creasse una connessione con il divenire schiavi eterni del sistema vigente.

A seguito delle diseguaglianze economico-sociali, generate dall’affacciarsi del Gabon all’economia globale, sempre più persone si sono ritrovate a vivere di stenti. La miseria  ha anche contribuito a rafforzare l’uso di droghe in Gabon. Individui completamente assenti, storditi dall’eccessivo abuso di sostanze, destinati a una morte prematura a causa del collasso corporeo, percepiti dagli abitanti gabonesi come non-persone. Uccisi dal sistema e uccisi dalla povertà, che non fa altro che reclutare nuovi schiavi.

La stregoneria in Gabon si pone come un complesso linguaggio attraverso cui si esprimono le insicurezze e le paure attuali.

Il rischio di essere uccisi o schiavizzati è talmente elevato che il kohng si pone nell’immaginario collettivo come la chiave di lettura del caos vigente e di una visione sul mondo estremamente pessimista. Il corpo si fa metafora di quel sistema economico che nega diritti e benefici a chi proviene dai ceti sociali più poveri. Quando si è vivi il corpo non è altro che una forza-lavoro, mentre da morti si viene trasformati in oggetti di consumo.

Dunque, viene presentata una doppia distruzione del sé: individualmente parlando, il corpo è fisicamente logorato a seguito della malnutrizione e dei lavori forzati, sfruttato anche a seguito della morte dell’individuo. A livello collettivo, si esprime invece la non equa distribuzione delle risorse e si denuncia l’arricchimento di una piccola porzione della società, soprattutto della classe politica, interessata agli affari internazionali legati all’esportazione di petrolio e legname, privando di terre la popolazione locale. 

Il kohng cela così la non accettazione del sistema, l’ingiusto sfruttamento, la violenza storicamente radicata in Gabon, il tutto articolato in un complesso sistema di pensiero e di credenze che non ha nulla a che fare con l’ignoranza e con la stregoneria intesa nell’accezione irrazionale del termine, ma che al contrario si pone come profonda percezione e comprensione della quotidianità. Una rielaborazione simbolica della realtà espressa attraverso il linguaggio del malessere, degli omicidi e della giustizia negata.

 

Illustrazione in copertina a cura di Laura De Rosa, Mirabilinto

 

Fonti:

[1] E.A. Schultz, R.H. Lavenda, Antropologia culturale, p.174
[2]Dìez, Pratesi, Vargas, (In)sicurezze. Sguardi sul mondo neoliberale,p.220
[3]https://www.osservatoriodiritti.it/2017/08/22/elezioni-in-gabon-terzo-rinvio/
[4]https://www.osservatoriodiritti.it/2017/08/22/elezioni-in-gabon-terzo-rinvio/
[5]http://www.corriere.it/salute/11_marzo_29/penthotal-pena-morte-corcella_8619ed02-59e4-11e0-b755-6c1c80e280c5.shtml

-J.G.Dìez, S. Pratesi, A.C. Vargas, (In)Sicurezze. Sguardi sul mondo neoliberale, Novalogos, 2014, Aprilia
-E.A. Schultz, R.H. Lavenda, Antropologia culturale, Zanichelli, 2015, Bologna

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Valentina Sbocchia

Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali a Bologna, sono ora studentessa in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili a Tarragona.

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