Laboratori Utopici – Le Kibbutz

Le comunità egualitarie come le Kibbutz, sono certamente uno dei sogni etnografici più gettonati tra antropologi e sociologi. Le ragioni possono risultare abbastanza ovvie, infatti, per chiunque studioso o non che idealizza un mondo più giusto, questi esperimenti sociali sono quanto di più ispirante si possa trovare nella storia umana moderna.

La ricerca di una società migliore è una storia vecchia quanto l’uomo stesso. Teorizzata da filosofi sotto forma di visione ed attuata dalla passione di uomini e donne sotto forma di utopia, la credenza che l’uomo alla sua condizione essenziale, radicato in un ambiente sociale ideale possa esprimere la parte più elevata di sé, rimane una narrazione sì, forse un po’ingenua, ma altamente motivante per molti.

A partire dalle sette separatiste europee che partirono per colonizzare il nord America, la storia è ricca di esempi di fondazione di nuove realtà radicali, alcune guidate dalla mano di Dio, altre da una profonda razionalità, ma tutti  spinti dalla ricerca -o meglio, costruzione- di un nuovo esemplare di uomo che segnasse una cesura con il passato e l’inizio di un futuro fatto di solidarietà e cooperazione.

In questo articolo parlerò delle Kibbutz, un esempio emblematico di utopia comunitaria iniziato nei primi decenni del Novecento che ha affiancato e collaborato con la fondazione dello stato di Israele.

Trovo interessante parlare di loro per le ragioni che riguardano la potente carica ideologica e immaginativa di tale  progetto di vita egualitaria, al di là della controversa cornice politica all’interno del quale è nata, su cui si potrebbe dibattere all’infinito e su cui ognuno è libero di avere la propria opinione.

 

 

Attraverso la filosofia interna delle Kibbutz cercherò di riflettere sul significato dell’utopia: come nascono, come muoiono e perché sono così importanti nonostante siano destinate quasi sempre al fallimento.

Se il termine Kibbutz ancora non vi è famigliare, a breve risveglierà nei vostri spiriti una primitiva nostalgia per la semplice genuinità della vita rurale.

Le Kibbutz sono comunità agricole. Il loro fondamento economico e di sussistenza è basato sulla coltivazione, praticata con mezzi più o meno moderni, sull’allevamento e sulla lavorazione dei prodotti. La produzione viene parzialmente consumata all’interno della comunità e in parte venduta nel resto del Paese.

I chaverim, gli abitanti delle Kibbutz, non permettono però di farsi considerare dei “contadini”. Il loro sforzo per essere culturalmente coinvolti ed intellettualmente attivi è costante. Infatti, la loro filosofia è ispirata da un prototipo di uomo ideale che enfatizza il lavoro fisico e la scelta rurale, anziché urbana, ed aspira ad un’educazione scolastica sopra la media, per sé e per le generazioni a venire.

Le occupazioni lavorative, sia nella produzione che nel funzionamento della Kibbutz (cucine, manutenzione, pulizia, lavanderia, sanità, istruzione ecc..), sono ugualmente aperte a uomini e donne senza distinzione di genere. Infatti, le donne sono riuscite ad ottenere la completa emancipazione dalla vita casalinga. I bambini sono affidati alle cure della scuola interna che si occupa di loro. Molto viene investito dalla comunità sulla scuola.

 

Uguale partecipazione di uomini e donne alla produzione

 

Una delle caratteristiche fondamentali e portanti delle Kibbutz è il presupposto d’ispirazione comunista della totale assenza della proprietà privata. Tutto appartiene a tutti, dalle abitazioni ai cucchiai, dagli attrezzi agli abiti che i Chaverim indossano.

Non solo c’è condivisione materiale di quanto è stato creato insieme, ma una vera e propria esperienza di gruppo, a partire dal tempo libero, durante i pasti e riguardo alla vita politica interna che è essenzialmente democratica, autogestita e aperta a tutti. Egualitarismo e fratellanza sembrerebbero imperare e che l’esperienza del singolo sia stata svalutata e rimpicciolita di fronte al benessere collettivo.

Nelle Kibbutz godono di maggior prestigio- non potere- coloro il quale impegno e coinvolgimento, sia fisici che intellettuali, sono più evidenti, così la loro opinione è più influente-non decisiva- alle assemblee comunitarie.

«La forza delle Kibbutz si trova nella sua essenziale natura sociale  che si sforza di realizzare la completa armonia dell’individuo e del gruppo in ogni sfera della vita per il massimo sviluppo di ogni suo componente e per il costante approfondimento delle relazioni etiche umane.» (citazione da una dichiarazione della federazione delle Kibbutz, traduzione dall’ebraico)

Se ancora vi state chiedendo se ciò sia possibilmente realizzabile, sappiate che c’è dell’altro: la loro natura multiculturale. Fatto di straordinaria avanguardia ad inizio novecento se pensiamo all’amalgama di individui immigrati provenienti da nazioni diverse che componevano le comunità, magari nemici di guerra fino un istante prima. Le radici ebraiche furono il filo comune che li legava tra di loro e li compattava all’interno di un forte sentimento di appartenenza.

Ma il motore ideologico dei primi pionieri non fu di matrice biblica, bensì marxista.

L’alba delle Kibbutz fu caratterizzata da valori che potremmo definire ascetici, nonostante il loro rifiuto dell’espressione religiosa del termine. Il Sionismo, ovvero il movimento politico-religioso che ambiva a riunire la comunità diasporica in Terra Santa, fu l’onda che i pionieri della maggior parte delle Kibbutz cavalcarono, senza però un reale interesse devozionale.

I pionieri erano ragazzi di città, istruiti, politicamente ed intellettualmente coinvolti, appartenenti alla borghesia urbana. Sulla scia della disillusione dagli ideali romantici ottocenteschi iniziarono ad aggregarsi e a progettare una rivoluzione che esaltava la vocazione morale del lavoro fisico e agricolo. Nonostante ciò, non avevano mai visto una zappa in vita loro. Quello che seguì fu una tenace improvvisazione di uno stile di vita a loro totalmente estraneo.

Le tradizionali ambizioni cittadine di “ascesa”sulla scala sociale vennero invertite ad una felice “discesa”verso la misticità del duro lavoro e del sacrificio che comporta impiantare le radici in una nuova terra.

L’ascesi del lavoro fisico come valore fondamentale, o religione del lavoro, ah-avodah è ciò che rende l’uomo libero. Non più schiavo di altri uomini ma servo della terra, per lui il lavoro è un unico atto creativo e spirituale con cui diventare uomo nella sua espressione più profonda, fondendosi in una cosa sola con la natura e la società.

Così gli assunti socialisti uniti ai principi sionisti portarono alla luce le Kibbutz con la promessa di liberazione personale e nazionale che ne conseguì. L’impatto psicologico di tale impresa, dopo quasi duemila anni di diaspora, emarginazione e identità minoritaria in terre ostili, fu forte. Niente sembrava più attraente della stabilità. La normalizzazione della vita della nazione ebraica richiedeva sia un ritorno alle origini, alla semplice austerità che richiede ogni nuovo inizio, sia uno sforzo sovrumano per crescere la vita in una terra arida ed inospitale.

Nei vari progetti utopici di cui siamo a conoscenza, un filone comune è quasi sempre presente, nonostante le peculiarità delle diverse visioni: quello della terra.

 

Coltivazioni di arance nelle Kibbutz

 

Nient’altro è di tanta importanza come la coltivazione di un terreno-simbolicamente vergine- che viene vissuta sia in modo fisico che psicologico. Rappresenta la rottura con un passato e le piante che nutriranno la comunità, equivalgono in senso metaforico alla coltivazione degli ideali che permetteranno di perpetuare l’utopia alle generazioni future.

Terra nuova equivale a rinascita ed è spesso legata ad un disegno provvidenziale che il gruppo dei pionieri assimila e replica a sua volta: il sentimento di essere stati in qualche modo i “prescelti”per una missione salvifica del mondo alimenta gli animi e spinge l’uomo a sopportare condizioni estreme.

Il significato cruciale del sentimento di essere “diversi e migliori”degli altri a causa della determinazione a costruire un nuovo mondo non può venire sottovalutato. Questo è il sentimento che con le sue conseguenze sociali e psicologiche serve- e continua a servire- a trasformare nebulosi romantici movimenti idealistici in veri e propri gruppi, sette se vogliamo, e di conseguenza comunità politiche ampiamente consapevoli.

Nel concetto di setta dimorano le conseguenze delle utopie parziali o rimaste incompiute nel corso del loro sviluppo.

Se l’utopia è la definitiva realizzazione di una particolare visione del mondo, la setta è la sua fase di svolgimento, la sua incubazione. La setta è il gruppo dei visionari nel suo sviluppo sotto forma di comunità, indipendente ed emotivamente coinvolgente nelle proprie aspirazioni. Il progetto prevede che una volta che la nuova società sia arrivata ad un punto di equilibrio e stabilità sia pronta per espandersi e insegnare al resto del mondo la ricetta dell’uomo nuovo.

 

 

Disgraziatamente le utopie non arrivano mai alla loro completa maturazione. Rimangono sette per tempi più o meno lunghi prima di cominciare a sgretolarsi. Oppure sopravvivono, ma compromettendo gravemente le loro ideologie iniziali. A volte i grandi sogni riescono addirittura a trasformarsi in grandi incubi, vedi il massacro suicida di Jonestown in Guyana. La psicologia settaria è un campo molto delicato su cui la storia di soli due secoli ha avuto molto da insegnare.

Nella maggior parte dei casi i laboratori utopici vanno verso il declino per cause semplici, decadono da sé, perdendo l’eccezionale enfasi iniziale e crogiolandosi in una routine fatta più di sacrifici che di eroismo. Come accadde nelle Kibbutz, divenne sempre più difficile trasmettere i valori portanti – gli stessi che bruciavano negli animi dei pionieri-alle nuove discendenze.

Oltretutto le comunità non erano isolate, anzi, erano fortemente inserite nei circuiti politici, economici e sociali dell’intera Israele. Ciò insegna che nessun contesto sociale, nemmeno quello più remoto e radicalmente diverso, vive in una bolla. Il contesto storico circostante influenza in tutti i casi, specialmente in decenni di grandi avvenimenti storici come il novecento. Ad un certo punto le Kibbutz apparvero come delle cellule tumorali comuniste durante la Guerra Fredda, sparse su territori che appoggiavano l’occidente e l’apertura verso il capitalismo.

Ben presto la maggiore delle preoccupazioni fu rendere il socialismo comunitario attraente ai suoi stessi membri, invece di cercare di convertire il resto del mondo a propria immagine e somiglianza come vuole l’utopia. Il declino iniziò, l’avvento della proprietà privata all’interno delle comunità fu il primo sintomo.

In realtà le Kibbutz esistono ancora oggi e sono in molte. L’esperimento sociale si è rivelato piuttosto longevo considerando le diverse crisi che hanno dovuto affrontare. Nonostante questo, poco hanno da spartire con il progetto iniziale.

Le persone sono ancora attratte dalla vita rurale e comunitaria, tanti oggi scelgono volontariamente di trasferirsi dalle città alle Kibbutz, comprando il proprio immobile. Quello che è rimasto sono delle vivaci comunità agricole ma senza quel collettivismo romantico che le ha caratterizzate. Per farsi un’idea di come sono le Kibbutz oggi consiglio di visitare il sito ufficiale dell’Agenzia Ebraica. http://www.jewishagency.org/first-home-homeland/program/16766

 

Vivere in un Kibbutz al giorno d’oggi

 

Viene a questo punto da chiedersi, perché se le utopie sono dei fuochi di paglia, la gente ci crede lo stesso?

Non solo ci crede, ma è in grado di abbandonare la propria comfort zone della vita cittadina, cominciare da zero, in luoghi difficili e grezzi, senza nessuna certezza di vedere le proprie aspirazioni realizzate.

In pochi si illudono di vedere il sogno realizzato nell’arco della propria vita, ma lo stimolo a creare un posto migliore per le generazioni a venire è da sé una ragione sufficiente. Significa creare un futuro. E il futuro come “fatto culturale”può essere non solo pensato, ma anche progettato e costruito.

Come farlo, è tutto lì il problema: costruire un ambiente in grado di accogliere e coltivare ogni possibile visione di futuro, garantendo a tutti un pieno esercizio del proprio diritto all’immaginazione e alla speranza. Due forze estremamente potenti che muovono i viaggi disperati di visionari e pionieri, ma anche la loro legittima aspirazione a evolversi.

Per questo le utopie sono importanti, sono l’esercizio concreto dell’immaginazione delle persone. Non importa se falliranno perché comunque saranno state in grado di mettere in moto il cambiamento, altri potranno prendere spunto e venirne ispirati. L’idealismo è contagioso e anche l’immaginazione lo è.

Senza immaginazione-diciamocelo serenamente-non andiamo lontano, perché vorrebbe dire che non siamo nemmeno in grado di fantasticarlo un mondo migliore. E per come vanno le cose al giorno d’oggi, ne abbiamo un urgente e disperato bisogno.

 

 

Fonti bibliografiche:

  • Kibbutz, Venture in Utopia, Melford Spiro, 1963, Shocken Paperbacks.
  • Modernità in polvere, Arjun Appadurai, 1996

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