Jon Frum e il vulcano: parlare agli Dei

Tra le innumerevoli forme di espressione religiosa, un esempio  interessante è quello che gli antropologi hanno classificato formalmente con il nome di “culto del cargo”, per intendere un  tipo di culto in genere sincretico e millenaristico.

In quest’ articolo cercherò di illustrare l’impatto della cultura materiale in uno dei culti del cargo più noti, conosciuto con il nome di Culto di Jon Frum, dal nome della figura messianica alla radice del credo, che si sviluppò durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale a seguito del contatto culturale tra le truppe americane stanziate per un periodo sull’isola di Tanna  e i gruppi autoctoni ni-vanuatu (98,7% circa della popolazione, che vive nelle zone costiere più fertili).

L’isola di Tanna, oggi parte della Repubblica di Vanuatu, nel sud del  Pacifico, è parte di quelle che decenni fa erano conosciute con il nome di Nuove Ebridi.

La figura di Jon Frum, la cui festa sacra cade il 15 di febbraio e viene celebrata a Sulphur Bay da tutta la comunità di credenti, viene intesa come personalità divina dai tratti messianici giunta dal mare e risiedente nel cratere del vulcano, sede da cui concederebbe messaggi agli eletti che hanno il coraggio di entrare nel cratere fino al punto in cui ribolle un lago di lava.

Interessante fenomeno di assimilazione e interpretazione di immagini: Jon Frum è il dio del vulcano, ma è un dio dalla pelle chiara vestito di un uniforme da soldato americano.

Il nome proprio Jon Frum ha origini sconosciute ma esistono molte supposizioni al riguardo.

La tradizione lo identifica dal punto di vista delle rappresentazioni come un militare bianco in divisa, giunto per il riscatto dell’isola dalle insidie del colonialismo e dei missionari. E’ considerato un credo dalla dottrina non-violenta e il suo simbolo è una croce rossa.  Apparve una notte degli anni ’30 ad un gruppo di anziani riuniti in attesa di un messaggio divino, e parlò loro di liberazione.

Le rappresentazioni rituali officiate oggi dal leader spirituale Chief Isaac prevedono una interpretazione originale e complessa di azioni come parate militari con riproduzioni di fucili in bamboo, versioni di aerei da guerra in materiali vegetali, il culto della bandiera americana e le divise dell’esercito statunitense.

Elemento centrale del culto è ovviamente il cargo celeste, il dono divino, con cui Jon Frum il messia tornerà sull’isola di Tanna portando benessere e gioia, rispettando una prospettiva escatologico-apocalittica già ibrida del cattolicesimo.

Per propiziarsi tale dono naturalmente occorre instaurare un contatto mediante un’apparto rituale appropriato: ecco reinterpretati in una nuova visione del mondo dei noti simboli fieramente americani e più in piccolo, fieramente soldateschi: la bandiera, gli aerei, le piste d’ atterraggio, la sigla USA…ma occorre fare un volo nella storia per capire come le stelle, le strisce e Uncle Sam siano arrivati fin lì.

Per dare al lettore una piccola cornice concettuale, è utile dire che le comunità  indigene delle Nuove Ebridi erano lungi dall’essere le stereotipate e remote realtà isolate dal mondo e impermeabili ai sismi storici.

Il pretenzioso progetto coloniale, le opere missionarie partite dall’Occidente nel XIX secolo, avevano già significato un contatto tra contesti diversi che gli europei auspicavano si risolvesse in una subordinazione  delle isole.

La scolarizzazione e l’indottrinamento religioso o perlomeno i suoi tentativi, il concetto di lavoro e salario, il coinvolgimento forzato nel commercio transoceanico, erano tutti argomenti che gli isolani conoscevano bene, e con cui spesso entravano in attrito.

Sull’isola la religione si era sviluppata attingendo molto spesso dal potenziale creativo e distruttivo del paesaggio insulare: la complessa cosmogonia di Tanna aveva scenari potenti e inquietanti come l’ oceano, ma soprattutto lo Yasur, stratovulcano vivacemente attivo dove il cuore di lava è visibile dal cratere.

Il vulcano è spesso identificato come luogo degli spiriti, che lasciano messaggi agli uomini, nonché terreno di scontro dottrinale dei missionari europei.

La coesistenza oramai sincretica tra popolazione autoctona e missionari era andata avanti fin circa agli anni ’30 e ’40, non senza casi di discriminazione razziale da parte dei bianchi.

Lo scoppio del secondo conflitto mondiale fu motore di nuove dinamiche: è documentato che circa 300 000 soldati americani, e tra loro molti avevano provenienze differenti, sbarcassero sull’isola con le loro apparentemente infinite scorte di beni.

Un cargo, da definizione, è un’ aereo o una nave da carico adibito al trasporto di beni, spesso di prima necessità, con rotte stabilite che vengono percorse periodicamente.

Gli aerei e le armi, le piste d’atterraggio e le esercitazioni, i momenti ricreativi, gli  impressionanti approvvigionamenti: l’apparente potere dei soldati di  esercitare su tutto questo un controllo soprannaturale, in quanto portatori di connessioni e contatti con misteriose personalità lontane che ad ogni richiesta inviavano sull’isola quanto si chiedesse loro (le madrepatrie che i ni-Vanuatu naturalmente non vedevano) ovvero aerei e navi cargo, dipinsero agli occhi locali la possibilità che i soldati comunicassero con entità extraumane servendosi di canali privilegiati.

Il cargo, da dove esso provenisse, si ammantò di valenza simbolica ed emotiva fortissima, in quanto visto come risposta tangibile e pronta della divinità alle richieste di  quegli uomini in uniforme.

La cultura materiale, spesso generata da stereotipizzazioni, veicolata da una massa umana come una truppa, è spesso fatta di simboli e costruita su oggetti e idee di uso comune come lo furono la Coca-cola, le sigarette, la Old Glory, Uncle Sam, l’uniforme mimetica, e profondamente intrecciata alle azioni materiali: il consumo comune dei pasti,  il cameratismo che farà la fortuna di un genere letterario, lo scopo collettivo.

Nel contesto militare la formalità è tutto: le marcie, le esercitazioni, gli obblighi imposti dalla gerarchia, gli oggetti-simbolo (primo fra tutti la bandiera) , adoperati in quella che potremmo grossolanemente proporre come una”ritualità della truppa a riposo”, erano osservati con interesse dagli isolani, seppur dall’esterno.

Il contesto della guerra tra stati con truppe di uomini sradicati dai loro scenari quotidiani, che venivano mobilitati e spediti oltreoceano, implicava delle stereotipizzazioni esemplificative ed essenzializzanti di chi fosse la strapotente e baldanzosa America.

Magari questo stile di vita si presentò agli occhi degli isolani come una  alternativa realistica e inaspettata di riscatto dal giogo coloniale.

La figura del bianco infatti era associata storicamente a quella del colonizzatore o del missionario, dalle politiche non aliene a casi di discriminazione razziale, ad esempio il consumo dei pasti diviso in spazi separati per le razze.

Gli autoctoni assistevano ora a situazioni in cui giovani uomini bianchi e di altre provenienze consumavano i pasti insieme e svolgevano gli stessi compiti: l’uniforme li rendeva parte dello stesso sistema.

E’ innegabile che la popolazione di Tanna simpatizzasse dopo primi momenti di timidezza con queste tendenze egualitarie dei soldati, notoriamente generosi nel distribuire le loro infinite scorte di vettovaglie e soprattutto padroni dei cargo maestosamente depositati dal cielo e dal mare.

Quello che più colpisce è l’assimilazione da parte di alcuni ni-Vanuatu dell’apparato ritualistico tipico della truppa a riposo: le marce con il fucile in spalla, il saluto ai superiori, il culto della bandiera, gli slogan, gli schieramenti ordinati e coordinati nel movimento, gli aerei, le torri di controllo.

Tutto per essi fu identificato come sconvolgente linguaggio ora rivelato fatto di oggetti e azioni capace di convincere le divinità a cedere tangibili ricchezze.

Ma probabilmente il fiorire e il tratteggiarsi identitario di questa comunità religiosa si ebbe paradossalmente dopo la seconda guerra mondiale, a seguito della partenza di tutte le truppe e lo smantellamento delle basi a guerra finita.

I seguaci di Jon Frum ricevettero un duro colpo scoprendo che a conflitto spento, ovvero con la resa del Giappone le truppe, gli aerei, le armi e i vettovagliamenti sarebbero partiti per sempre verso terre lontane.

Quello spiraglio di abbondanza e ricchezze sarebbe appartenuto ad un passato mitico al quale aggrapparsi per interpretare la storia e il futuro, conservando e perpetrando un’apparato simbolico che si basava su pratiche e oggetti portati da un altro gruppo sociale, e che ora solennemente prendeva il largo.

I Ni-Vanuatu convertiti si ingegnarono nella costruzione di fucili e baionette di bamboo decorate con sangue, riproduzioni di aerei, torri di controllo in fibre vegetali e legno e piste di atterraggio, e il possente e irrequieto Yasur divenne dimora del giusto Jon Frum e della sua benevolenza distributiva e protettiva, febbrilmente atteso assieme ai suoi cargo celesti.

Il linguaggio che permetteva di parlare al dio, dopo essere stato scoperto, non poteva essere perduto, ma doveva essere interiorizzato e reso trasmissibile e insegnabile ai posteri.

La casa del dio Jon Frum, lo Yasur, è oggi meta di itinerari turistici, inserito come innumerevoli luoghi sacri nell’industria del tempo libero e più realtà sociali: propagazioni di dinamiche spesso lontane migliaia di chilometri coesistono sull’isola di Tanna.

Sulphur Bay viene vivificata da capo Isaac e i suoi ogni 15 febbraio, dipinti con la sigla USA sul petto e un fucile di bamboo sulla spalla. Dietro la bandiera americana  e la croce rossa si innalzano i pennacchi di fumo del turbolento Yasur.

Forse Jon Frum sta ascoltando.

 

 

 

Bibliografia:

http://www.sapere.it/enciclopedia/Vanuatu.html

https://forum.termometropolitico.it/707550-il-culto-del-cargo.html

https://www.smithsonianmag.com/history/in-john-they-trust-109294882/

https://samorini.it/antropologia/australia-e-oceania/kava/

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