India e Pakistan: le conseguenze di un’imposizione identitaria (pt.2)

Il 15 Agosto 1947 fu testimone di una delle più cruente dichiarazioni d’indipendenza della storia moderna. L’India e il Pakistan sancivano la propria definitiva emancipazione dalla corona inglese; tuttavia, tale grido di libertà fu accompagnato col sangue.

Una spartizione totalmente arbitraria delle storiche regioni del subcontinente indiano fu probabilmente una delle cause principali dei violenti scontri tra indù e musulmani di quei giorni: il Punjab, per esempio, fu diviso a metà in due aree, una a prevalenza musulmana ed una a prevalenza hindi; i fedeli del Corano che si trovavano accidentalmente nell’area “sbagliata” emigrarono in massa verso il nuovo stato islamico, e così fecero migliaia di indiani in direzione opposta.

Situazioni di questo tipo si verificarono in ogni regione di confine tra i due Stati e furono occasioni per episodi di inaudita violenza. Gli scontri interreligiosi durarono diversi giorni e si conclusero con numeri incredibili di morti: solo nel Punjab persero la vita 180.000 persone.

A porre una fine a tali atrocità fu un solo uomo, colui che era stato protagonista del viaggio verso l’indipendenza del suo amato paese: Mahatma Gandhi. Profondamente addolorato dalla mutilazione dell’India, Gandhi vedeva in quelle proclamazioni di indipendenza solo un’ulteriore, amara sconfitta.

La sua terra non era diventata quella tanto sospirata ambasciatrice della non-violenza e della pace tra gli uomini, bensì proprio il contrario: un tetro palcoscenico per l’odio religioso nella sua manifestazione più integralista e violenta. Per fermare quell’insopportabile scenario, l’ex-leader del Congresso si costrinse ad un ultimo sciopero della fame.

Di fronte alla prospettiva di assistere alla morte per inedia del Mahatma, migliaia di indiani fecero un passo indietro, ripresero il controllo di sé stessi e fermarono gli scontri. Le neonate Unione dell’India e Repubblica del Pakistan iniziarono così a delineare i rispettivi futuri a partire da  un cumulo di corpi e macerie.

Si da il caso, però, che i reali responsabili di quelle stragi non erano né di fede hindi né di fede musulmana.

Per comprendere un’affermazione tanto altisonante, è necessario fare un passo indietro. Come già testimoniato in un precedente articolo (http://www.homologos.net/genocidio-in-ruanda-le-conseguenze-di-unimposizione-identitaria ), l’imperialismo europeo di XIX e XX secolo comportò, tra le altre cose, un processo assolutamente decisivo per poter comprendere determinati eventi della storia contemporanea: l’invenzione di identità e appartenenze.

Un meccanismo di classificazione del tutto funzionale agli interessi coloniali. Per poter controllare al meglio una colonia, diveniva necessario saperne controllare la società e la cultura, di modo da ridurre drasticamente il rischio di rivolte e insurrezioni da parte dei subordinati.

L’India e il Pakistan non rappresentano un’eccezione a quest’operazione di controllo. Musulmani e induisti si “conoscevano” bene già da diversi secoli, quando la mano britannica strinse le dita intorno al subcontinente.

L’Islam è testimoniato come una forte realtà in India già nel XIII secolo, se non da prima. E se si pensa che il grande Impero Moghul del XVI secolo era di fede musulmana, si intuisce che le due religioni convivessero a stretto contatto da molto prima dell’arrivo delle forze inglesi. Un rapporto certo non scevro da episodi conflittuali, ma comunque relativamente tranquillo.

Il governo coloniale britannico capì presto che la strategia migliore per consolidare il controllo sull’area fosse trasformare quell’antica compresenza in una polveriera. Nel 1850-51 un ammutinamento di massa dei soldati indiani nelle file dell’esercito inglese spinse il governo ad una più attenta cernita delle leve militari: diverse classi sociali furono escluse dall’arruolamento. In ogni caso vennero privilegiate quelle più elevate. Involontariamente, forse, l’Inghilterra fu la prima grande sostenitrice dell’odierno sistema castale hindu.

La seconda metà del XIX secolo vide il formarsi di diversi partiti con ambizioni indipendentiste. Il Congresso diventava sempre più forte e influente,cosa che ovviamente costituiva un grande pericolo per l’egemonia inglese. C’era una parte della popolazione che rimaneva piuttosto fedele al governo coloniale, vedendo in esso un’istituzione di garanzia per i propri diritti: si trattava della componente musulmana della società indiana.

La Lega musulmana fu fondata nel 1906 con il bene placito degli inglesi. Il viceré Lord Morley garantì ai leader musulmani una serie di agevolazioni politiche, quali l’istituzione di un elettorato separato da quello del Congresso e una rappresentanza maggiore in parlamento. Così facendo, il governo inglese pensava di assistere alla nascita di una nuova classe dirigente di orientamento filo-britannico.

Non considerava il fatto che se il Congresso e la Lega non convergevano sul tema religioso, di certo trovavano un punto di contatto su quello politico: l’indipendenza dell’India era il fine ultimo di entrambi i partiti.

I dissapori tra le due grandi confessioni religiose si inasprirono ulteriormente quando il governo coloniale prese l’infausta decisione di dividere il Bengala su base religiosa. Tutte operazioni che comportarono una vera e propria cristallizzazione dei confini identitari tra musulmani e induisti.

Il resto della marcia verso l’indipendenza dei due paesi è ben noto. Sulla carta, furono due i principali promotori della grande secessione di India e Pakistan: AliJinnah e Jawaharlal Nehru, leader rispettivamente di Lega e Congresso.

Di fronte ad un’analisi più approfondita, tuttavia, è difficile sorvolare sul fatto che tale decisione combaciasse perfettamente con gli interessi di Winston Churchill: il controllo diretto inglese stava svanendo del tutto, è vero, ma rimaneva di importanza prioritaria impedire la costituzione di un altro mega-stato nel continente asiatico, la cui egemonia potesse interferire con le indiscutibili egemonie occidentali.


“War is Peace”. Come formulerà in altri termini George Orwell, qualche anno dopo, una situazione di conflitto può garantire paradossalmente uno stabile equilibrio.

Ci troviamo di fronte a una delle tante amare lezioni che il Novecento ha impartito all’essere umano: l’imperialismo occidentale è sicuramente stato uno dei maggiori responsabili degli episodi più spiacevoli degli ultimi due secoli. Eventi come la sanguinosa separazione tra India e Pakistan, il già trattato genocidio dei tutsi in Rwanda, l’infinita serie di conflitti arabo-israeliani e tanti altri sono solo i frutti visibili di fenomeni tipicamente colonialisti di segregazione e imposizioni identitarie.

Divergenze culturali pienamente tollerabili sono diventate in pochi decenni motivi di orgoglio nazionale, basi solide sulle quali costruire l’intolleranza e l’odio di carattere etnico-religioso. Pressoché tutte gli stati sovrani odierni che un tempo furono colonie rientrano nell’immenso melting-pot del cosiddetto “Terzo Mondo” e versano in condizioni economiche e politiche costantemente precarie.

Tutto questo per via di un unico, atroce delitto: quelle che un tempo erano risorse culturali e materiali accumulate in millenni di storia, in poco più di due secoli sono diventate carbone destinato all’alimentazione di una delle macchine più sofisticate e terribili della storia umana: la macchina del Progresso occidentale.


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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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