Immigrazione: una sintesi fra percezione e narrative (Editoriale)

Zapping.
Vista da un gruppo di ventenni – quali noi di HomoLogos siamo – questa parola è, nonostante la sua giovane età, morta tanto quanto il latino.

Tuttavia, chiunque lo abbia fatto anche solo una volta negli ultimi cinque anni probabilmente si è imbattuto in un dibattito a tema immigrazione (oltre che in tre o più programmi di cucina).

L’Italia, come un gufo, con un occhio guarda le sbraitate d’un uomo in grembiule o un pallone che rotola – il panem et circenses del XXI secolo – mentre con l’altro punta dritto al canale di Sicilia.

Abbarbicati sui rami del sempre più spoglio albero dei paesi occidentali, non siamo i soli sovraesposti a questo genere di bombardamento mediatico.

In tanti hanno mantenuto e sfruttato quell’occhio puntato sull’immigrazione: Le Pen, Farage, Salvini, Trump, Orban, per citarne solo alcuni.

Sebbene le narrative di questi politici sul fenomeno siano pressoché omogenee, il reale impatto dei flussi migratori sui rispettivi stati non lo è affatto.

Emblematico è il caso della Repubblica Ceca: anche qui il vincitore delle ultime presidenziali Milos Zeman ha adottato lo slogan dalle tinte ormai transnazionali “Stop agli immigrati”. Slogan paradossale se si pensa che, nel 2017, gli stranieri fermati, mentre cercavano di attraversare il paese per raggiungere la Germania, sono stati appena 172.

La reale portata dei flussi non ha cittadinanza all’interno del dibattito pubblico. Fondamentali sono, invece, la sua percezione e la relativa narrativa che vi si costruisce sopra, fattori che si nutrono di un’alimentazione reciproca.

Qual è la loro sintesi?

Nel tentativo di individuarla si potrebbero analizzare le risposte propinate proprio da chi sfrutta il tema dei migranti.

Quando cadde il muro di Berlino in pochi avrebbero creduto che, di lì a trent’anni, soluzioni analoghe sarebbero tornate di moda. Ma si sa, quando meno te lo aspetti i jeans a zampa di elefante ripiombano sulle passerelle, e così hanno fatto le proposte di rafforzare i confini con barriere fisiche.

Ad uno sbiadito ricordo parevano essere relegati anche i dazi protezionistici; una guerra che sembra, invece, aver trovato nuovo vigore, forse più per ragioni di consenso interno che per speranze di reali risultati.

Sull’onda del disinteresse verso i dati concreti si pone anche la questione dei rimpatri. Nelle settimane precedenti all’ultima tornata elettorale i toni, in questo senso, si sono fatti quanto mai perentori. Dietro la promessa di rispedire a casa loro i fantomatici 600 mila immigrati si cela, però, uno scoglio pronto a far naufragare il “barcone” noanico. Il costo di un’operazione simile è infatti incalcolabile: le stime (immaginarie) superano i 2 miliardi di euro.

Scrutando fra queste proposte, piuttosto che individuare una sintesi, si finisce con un pugno di mosche fra le mani; dall’altra parte della barricata invece, ammassando l’una sull’altra risoluzioni quanto mai fantasiose, si è costruito un gigantesco muro sul quale, stavolta, è possibile affiggere i propri manifesti di propaganda.

Forse l’agognata risposta, quella sintesi fra percezione e narrativa, si rintana proprio dietro quest’ultima barriera. Le azioni politiche che silenziosamente e violentemente regolano i flussi migratori rimangono infatti nascoste. Azioni che, data la loro natura arrivista, non possono essere sbandierate con la stessa leggerezza delle proposte citate in precedenza.

L’accordo siglato fra Italia e Libia ha compiuto da poco il suo primo compleanno. Se Minniti sia orgoglioso dei risultati del suo bimbo prodigio non ci è dato sapere. Tuttavia mi domando se anche alle migliaia di migranti prigionieri sull’altra sponda del Mediterraneo sia stata consegnata una fetta di torta per l’occasione; e, nel caso, che desiderio abbiano espresso soffiando la candelina. 

Sentiremo mai Marine Le Pen o Matteo Salvini ringraziare a cuore aperto il leader turco Recep Tayyip Erdoğan? Sebbene “the New Sultan” – epiteto tanto recente quanto indicativo – abbia ormai abbandonato, da anni, il processo di secolarizzazione avviato nel 1924 da Ataturk, forse la risposta al quesito potrebbe un giorno essere affermativa; risulta infatti che l’Europa sborserà, nuovamente, qualche miliardo alla Turchia affinché questa si “prenda cura” dei migranti. Mantenere il rubinetto dei migranti chiuso lungo la via balcanica è una priorità assoluta per l’Unione. Pare che, a Bruxelles, Machiavelli abbia riscosso un particolare successo: il fine giustifica i mezzi, anche quando i mezzi si concretizzano nel sovvenzionare un uomo, come Erdoğan, mosso da aspirazioni dittatoriali, ormai, nemmeno più celate.

Cercavamo una sintesi e forse l’abbiamo trovata: la percezione del fenomeno migratorio e la relativa narrazione politica producono due risposte distinte, ma che corrono su binari paralleli.

La prima si occupa di sfruttare i migranti a proprio vantaggio. E’ una narrativa che utilizza la paura, abile nell’alimentare ansie e crearne di nuove. Le soluzioni che propina sono uno specchietto per le allodole, la cui luce riflessa esalta o indigna gli schieramenti che animano il dibattito pubblico.

La seconda agisce di soppiatto, celata dal fumo che la prima getta negli occhi degli astanti, ignari dei meccanismi globali.

Se questa è la sintesi, quale il futuro?

HomoLogos è un gruppo di ventenni, sì, ma di aspiranti antropologi, non certo di veggenti.

Piuttosto che predizioni, forse sarebbero necessarie narrative laterali; narrative che non si limitino ad usare i migranti per portare acqua al proprio mulino, per poi, con quella stessa acqua, lavarsene le mani.

Narrative che parlino dei migranti, che parlino ai migranti o, meglio ancora, parlate dai migranti. 

Harraga, il libro del fotogiornalista napoletano Giulio Piscitelli, è uno degli isolati tentativi di intraprendere quest’ultima via. Seguendo le rotte dei migranti si è imbarcato, assieme ad un centinaio di loro, su una di quelle bagnarole che sfidano la spinta di Archimede fra le acque del Mediterraneo.

Human Flow, l’ultimo film documentario di Ai Weiwei, racconta gli esodi che milioni di persone sono costrette a vivere. Il celebre artista e regista cinese, per la sua realizzazione, ha viaggiato per una quarantina di campi profughi e 23 Paesi, dando voce alle testimonianze confuse e disperate dei rifugiati.

Il merito di questi lavori è quello di tentare la trasmissione di un bagaglio critico alternativo al fruitore: un bagaglio capace di minare alla base i presupposti sui quali si costruiscono le narrative della politica sulla crisi migratoria.

A questo punto ci sono due cose che un gruppo di aspiranti antropologi non può esimersi dal fare: tentare di allargare il solco della via intrapresa da lavori come Harraga e Human Flow e, con umiltà, provare a contribuire alla creazione di quel bagaglio critico alternativo.

-Alessandro Stival

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