Il mercato del volonturismo

Il volontariato, per essere effettivamente considerato uno strumento atto al miglioramento di determinate situazioni, dovrebbe essere organizzato in maniera tale da consentire una corretta collaborazione con le comunità presso cui opera, attraverso un comune accordo sui progetti e un’adeguata formazione dei propri volontari.

Non tutto però funziona come dovrebbe. Anche il mondo del volontariato, infatti, presenta una fitta rete di interessi che coinvolge organizzazioni locali e internazionali, il cui fine principale è un business lucrativo, mascherato da fini umanitari, che la povertà può loro procurare.

Questo mondo di solito viene definito come “volonturismo” (volontourism), ed è una trappola in cui cadono molti viaggiatori desiderosi di partire, con la speranza di apportare un aiuto significativo, annebbiati e confusi da una disinformazione diffusa, e dalle promesse di emozionanti esperienze che queste organizzazioni propongono. Spesso infatti, il lavoro volontario viene presentato come un’eccellente esperienza formativa, il cui fine principale sembra essere la formazione di giovani occidentali in cerca di un’avventura che possa contemporaneamente arricchire il loro curriculum, piuttosto che la costruzione di una collaborazione in vista di un aiuto vero e proprio a comunità impoverite.

«The harsh truth is that “voluntourism” is more about the self-fulfilment of westerners than the needs of developing nations.»[1]

Alla radice di tutto ciò troviamo falle conoscitive e stereotipi che tendono a rinforzare l’immagine dell’Occidente come unica forma di aiuto e salvezza da cui dipendono paesi economicamente più arretrati; dall’altra parte, senza nulla dire sul contesto, viene normalizzata l’immagine di un “terzo mondo” come terra di disperazione e senza speranza.

Questo tipo di business contribuisce ad accrescere un’idea distorta di aiuto volontario e a sostenere istituzioni e pratiche nocive per le comunità fatte oggetto di questo mercato, il tutto attraverso la creazione di immagini che concorrono a solidificare queste idee.

 

 

Iniziamo a vedere queste distorsioni che vengono messe in pratica, accettate e normalizzate in quei contesti di volontariato che non prevedono una forma positiva di cooperazione.

Spesso, i paesi del “terzo mondo”, di cui l’Africa è il continente forse più stereotipato, vengono presentati in una veste di esotismo in cui si lasciano intravedere fame e povertà, per le quali l’aiuto proveniente dall’esterno, da quelli che sono definiti come paesi del “primo mondo”, viene presentato come fondamentale e unica via d’uscita.

Il problema di questa lettura è la decontestualizzazione in cui ci viene presentato il tutto: non importa avere una minima conoscenza della storia e della cultura del paese preso in considerazione, del contesto presente in cui le persone vivono e degli eventi che hanno contribuito a creare la situazione attuale. Bisogna donare, e farlo subito, se possibile.

Presentando tali situazioni come date, nel momento in cui non si approfondisce il contesto in cui si prevede di lavorare o per cui si vuole donare, si attua una normalizzazione, dove questi paesi vengono relegati in concetti che li vedono come totalmente dipendenti dal “primo mondo”, per cui l’Occidente, quasi in una sorta di riscatto nei confronti delle sue ex colonie, si vede affidato il diritto/dovere di intervenire per apportare i miglioramenti più consoni secondo i propri concetti storici, sociali e culturali.

Nell’analisi di tutto questo, naturalmente non voglio denigrare ogni tipo di aiuto volontario o di donazione, non è mia intenzione applicare una generalizzazione che sarebbe fuorviante. Ci sono organizzazioni che gestiscono in maniera eccellente il loro lavoro e quello dei loro volontari, attraverso forme di cooperazione e formazione adeguate.

Il problema, in ogni caso, non è la finalità, generalmente benevola, delle persone che progettano di impegnarsi in una qualche forma di aiuto; quella che manca è piuttosto una corretta forma di comprensione e di analisi delle migliori modalità attraverso cui mettere in pratica questo aiuto, che dovrebbe prevedere inoltre una selezione delle organizzazioni a cui rivolgersi.

Ci sono progetti che rientrano in quel business prima menzionato, i quali rischiano addirittura di nuocere ai locali, disgregandone le comunità e le famiglie (esemplare è il caso della Cambogia), oppure che apportano modifiche nei contesti in cui operano, senza coinvolgere direttamente gli abitanti locali: dunque, non c’è da stupirsi se poi quelle modifiche non vengono mantenute, dal momento in cui sono mancate cooperazione e reciproca comprensione.

Uno dei motivi per cui questo accade, risiede nel fatto che spesso il volontariato viene inteso da coloro che lo praticano come un’esperienza circoscritta nel tempo e nello spazio, per cui si tende a pensare unicamente agli effetti nel breve periodo (di solito visti come positivi), e non si riflette sulle implicazioni che questo sistema ha sulla vita delle persone.

Prendiamo due di questi problemi connessi tra loro: il lavoro svolto dai volontari, che pagano per lavorare, in alcuni casi si tratta di lavoro tolto alle persone del luogo che dovrebbero essere pagate per svolgere quel mestiere; inoltre, spesso sono volontari che non hanno l’abilità e l’esperienza per svolgere un determinato compito, dall’insegnamento alla costruzione di una casa.

Gli effetti di questo sistema non possono che incidere negativamente e andare a nuocere quelle persone a cui l’aiuto doveva essere indirizzato. Una ragazza, reduce da un viaggio di volontariato di due settimane in Tanzania, testimonia:

«L’obiettivo della nostra missione era costruire una biblioteca. Ma noi non avevamo la minima conoscenza in materia di edilizia. Allora ogni notte gli operai toglievano i mattoni che avevamo messo e ricominciavano il lavoro. La mattina dopo non ci rendevamo conto di niente. La seconda settimana siamo partiti per un safari.»[2]

Qui iniziamo a vedere un’altra sfaccettatura del “volonturismo” prima menzionato, e di quello che mira ad offrire ai suoi clienti: un emozionante viaggio alla scoperta di un paese, in cui si avrà la possibilità di svolgere un lavoro a cui tutti possono partecipare. La discriminante infatti è il prezzo: tutti possono partire, a patto che si paghi.

I costi richiesti per la partecipazione sono in genere piuttosto alti, e le persone che dovrebbero esserne beneficiarie rischiano di non vedere l’ombra di un centesimo, finendo questi soldi nel giro di business delle varie organizzazioni che speculano sulla povertà e sul profitto che quest’ultima paradossalmente riesce a creare. Inoltre, se quello economico è l’unico requisito, si costruiscono spesso team di volontari che non sono adatti e non hanno esperienza nelle mansioni richieste, come dimostra l’esempio sopra riportato.

Da questa testimonianza, si può comprendere maggiormente come un’organizzazione che si occupa principalmente di “volonturismo” e del business ad esso associato, comportandosi più come un’agenzia di viaggi che come un’organizzazione di volontariato, oltre alla decontestualizzazione e alla disinformazione in cui vengono presentati i progetti, manca di quella caratteristica che dovrebbe essere invece la principale: la cooperazione. L’assenza di coordinamento con le comunità locali, infatti, per cui si costruisce e si mette in pratica un progetto senza prima aver consultato i diretti interessati, rappresenta una delle maggiori falle in questo sistema.

  

 

 

  

Durante le giornate di formazione che ho svolto con il Servizio Civile Internazionale, si sono toccati parecchi di questi aspetti, ma i due più importanti sono stati proprio: cooperazione e #novolunTEARS. Fino ad ora ho definito la cooperazione attraverso ciò che non è e ciò che non dovrebbe comprendere nella sua definizione: disinformazione e decontestualizzazione.

Per definirla in maniera positiva e propositiva, potremmo dire che si tratta di un tipo di attività che prevede sia la costruzione di un progetto in comune, nel quale ognuno è chiamato a intervenire, sia la collaborazione con una comunità locale che ha già un progetto che porta avanti costantemente e indipendentemente dall’aiuto esterno, attraverso l’impiego di lavoratori e volontari locali. Quale utilità potrei avere allora io, potremmo pensare, se stanno già lavorando a qualcosa?

La domanda allora si può ribaltare nell’altro senso: davvero si pensa che con tre settimane di volontariato (soprattutto senza che ci sia un progetto già partito localmente) si possano risolvere determinati problemi?

È proprio questo il punto: in tre settimane non si sconfiggono povertà e analfabetismo in Africa e non si risolvono i problemi socio-politici dell’America Latina. Sorrisi, gioie e caramelle sicuramente contribuiscono a diffondere un po’ di felicità, ma solo temporaneamente. Quando poi ce ne andiamo, cosa resta di quello che abbiamo imposto come la soluzione migliore per un villaggio?

Ci sono forze più grandi di noi che determinano la situazione di questi paesi, e, facendo un certo tipo di volontariato, pensando di fare del bene, stiamo in realtà al loro gioco. Inversamente, se proviamo a focalizzarci sul vero senso di cooperazione, che non prevede un tipo di azione a senso unico, si hanno anche doppie sicurezze: aiuto, sostegno e finanziamento arrivano direttamente alla comunità locale, grazie al tramite, per esempio, di organizzazioni che vi collaborano direttamente, mantenendo un contatto perenne.

Per questo in genere si è anche maggiormente consapevoli della situazione e della storia del posto in cui andiamo a cooperare; il fatto poi che ci sia già un progetto alla base, significa che il nostro aiuto non sarà dimenticato, farà parte di qualcosa di più grande che, nel momento in cui ce ne andremo, continuerà ad essere portato avanti; infine, un ambiente internazionale può giovare moltissimo alle persone, in particolare a ragazze e ragazzi del posto, che si trovano a confrontarsi a loro volta con persone di culture diverse, e questo può fungere da stimolo per imparare nuove lingue e nuovi modi di approcciarsi alla vita o alla risoluzione di determinati problemi.

Alla base ci deve essere infatti un reciproco sostegno in quello che si fa, nella consapevolezza che posso imparare qualcosa dall’altro provando ad integrarmi nelle sue strutture culturali, così come l’altro può trarre qualche insegnamento da me, dalla mia cultura e dalla mia esperienza di vita.

Per quanto riguarda il #novoluntears, si tratta di una sfida lanciata dal Servizio Civile Internazionale che ha proposto ai volontari in partenza per diversi campi di volontariato durante l’estate 2018 (invito in realtà rivolto a tutti i volontari di qualsiasi periodo), di scattare e pubblicare delle foto con l’hashtag sopra menzionato.

Le foto dovevano avere la “particolarità” di mettere in luce questo rapporto di cooperazione, distaccandosi da immagini stereotipate nelle quali il volontario buonista circondato da bambini adoranti, assomiglia di più a un turista, che esibisce i propri trofei da mostrare poi una volta a casa. In questo articolo ho inserito alcune di queste immagini in contrapposizione, e le foto che dovrebbero essere in grado di trasmettere maggiormente questa idea di cooperazione sono, a mio parere, chiaramente distinguibili, raffigurando unicamente persone che stanno svolgendo lo stesso tipo di lavoro, e che sono totalmente pari e indiscernibili se non per il colore della pelle.

Alcune delle foto sono state prese dal sito http://humanitariansoftinder.com/, che raccoglie immagini di utenti di Tinder che hanno pubblicato i momenti migliori delle loro esperienze di volontariato: nella maggior parte di queste foto sono presenti dei bambini. E se qualcuno facesse così con i nostri di bambini? Se venissero di continuo persone che li prendono in braccio, ci giocano un po’, ci scattano una foto che poi immancabilmente finisce su internet, non ci darebbe fastidio?

Non penso che qui si tratti di costruzioni e concezioni culturali, perché una vita ridotta ad immagine e quasi ad oggetto da mostrare a parenti ed amici, rappresenta una violazione di privacy, mancato rispetto e dignità dimenticata per qualsiasi persona che subisca questo processo.

 

 

 

Ho sentito dire che a New York,
all’angolo tra la 26a strada e Broadway,
nei mesi invernali ogni sera c’è un uomo
che chiede ai passanti di dare un letto
ai senzatetto che stanno lì.

Questo non cambierà il mondo,
non migliorerà le relazioni fra gli uomini,
non accorcerà l’epoca dello sfruttamento.
Ma un po’ di gente avrà un giaciglio per una notte,
per una notte staranno al riparo del vento,
la neve destinata a loro cadrà sulla strada.

Non deporre il libro che stai leggendo, nel sentire questo.
A un po’ di gente non mancherà un giaciglio per la notte,
per una notte staranno al riparo del vento,
la neve destinata a loro cadrà sulla strada.
Ma questo non cambierà il mondo,
non migliorerà le relazioni fra gli uomini,
non accorcerà l’epoca dello sfruttamento. [3]

 

 

 Bibliografia:

 Brecht B., (a cura di Ganni E.), 2014, Poesie Politiche, Einaudi.

 Sitografia:

BBC, https://www.bbc.co.uk/sounds/play/w3cswgqz (https://www.bbc.com/)

Café Babel, https://cafebabel.com/it/article/volonturismo-la-disfatta-del-volontariato-5ae00aacf723b35a145e69e4/?fbclid=IwAR0W7nUnH-_4XLHMmmP2BW2KYXTsql3GRjuUq0Dsk3hzkVLEykIrOV1F8hQ (https://cafebabel.com/it/)

Humanitarians of Tinder, http://humanitariansoftinder.com/

Press Dinamo, https://www.dinamopress.it/news/interventi-solidali-internazionali-dalla-depoliticizzazione-alla-conflittualita-possibile/ (https://www.dinamopress.it/)

The Guardian, https://www.theguardian.com/news/2018/sep/13/the-business-of-voluntourism-do-western-do-gooders-actually-do-harm (https://www.theguardian.com/us)

The Guardian, https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/nov/14/orphans-cambodia-aids-holidays-madonna

[1] The Guardian, (Ian Birrell) Before You Pay to Volunteer Abroad, Think of the Harm You Might Do, 2010. https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/nov/14/orphans-cambodia-aids-holidays-madonna
[2] CafèBabel (Aymeric Guittet), Volonturismo: La Disfatta del Volontariato, 2016. https://cafebabel.com/it/article/volonturismo-la-disfatta-del-volontariato-5ae00aacf723b35a145e69e4/?fbclid=IwAR23tTJ2RFGe6E_CZnAIbnnUJga4R86DaXXppvOW0nbkPGi8DcKF_kQhlXk
[3] Brecht B., (a cura di Ganni E.), 2014, Poesie Politiche, Einaudi, p. 219.
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