Il clima, l’occidente e l’indigeno

È di dominio pubblico la notizia che dal primo ottobre esperti in tema di cambiamento climatico abbiano cominciato a riunirsi nel Summit IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) in Corea del Sud. Lo scopo è di fornire una solida struttura scientifica che possa supportare i cambiamenti che devono essere intrapresi per salvaguardare il nostro pianeta.

Non si tratta di un evento senza precedenti, quanto più di un tentativo finale di risvegliare le coscienze, anche in prospettiva del Summit delle Nazioni Unite che si svolgerà il prossimo dicembre.

Il Protocollo di Kyoto voleva avere altrettanta validità, quando nel 2005 divenne operante. Si tratta di un trattato ambientale che si attivò quando 55 nazioni produssero il 55% delle emissioni inquinanti.

Proprio un peccato che gli Stati Uniti, produttori di più del 23% di queste emissioni se ne siano tirati fuori. Sulla stessa nave sono salpate anche l’India e la Cina che, assieme ad altri stati in via di sviluppo, sono responsabili del 40% dell’inquinamento di gas serra, tuttavia esentati dagli obblighi del protocollo. L’accordo di Parigi del 2015, nato dalla Conferenza di Rio, intendeva rappresentare un proseguo di quel percorso, nonostante la sua dubbia riuscita.

Ma torniamo a noi. Si diceva del Summit IPCC. Vi chiederete qual è la relazione tra l’antropologia e quel che ho finora menzionato. Continuate a chiedervelo ancora qualche minuto, e forse più avanti sarà più chiaro.

Dunque, quel che sta emergendo dal dialogo sul clima è che saranno necessari sforzi immani e misure drastiche da parte di tutti per salvare la situazione: un taglio delle emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050, oltre che l’abbandono del carbone come fonte elettrica.

A questo punto direi che siamo rimasti senza parole, stiamo distruggendo tutto, chi se lo aspettava? Ora, la cosa non mi disturberebbe nemmeno se la tomba che stessimo scavando fosse per quest’umanità ingrata e nessun altro, ma dal momento che in ballo c’è il globo intero e un buon numero di innocenti iniziamo forse a esagerare.

Mi dispiace, se non fosse chiaro, questo è un articolo arrabbiato. Non ho intenzione di fingere il contrario, né di essere diplomatica per far passare appieno la mia immagine. Vorrei urlare nell’orecchio dell’uomo occidentale, viziato e ingrato qual è.

Noi, con la nostra Fast Fashion, a comprare e ricomprare; a preoccuparci di seguire sempre l’ultima moda, quando l’ultima moda non arriva mai.

E se per realizzare un paio di jeans servono 10000 litri d’acqua?
E se i vestiti che buttiamo via, 70 milioni ogni anno, sono il secondo inquinante mondiale dopo il petrolio?
E del disastro di Rana Plaza qualcuno ha memoria?
Ma no, che ci frega.

«Come è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro?» scrive Li Edelkoort nel suo Anti-fashion: a Manifesto for the next decade. Semplice, conclude, «È impossibile».

Il vero prezzo da pagare è l’assurdo impatto ambientale che quest’industria produce. Sono a lei attribuibili il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica [1]. Le coltivazioni di cotone, poi, sono responsabili del 24% dell’uso di insetticidi e dell’11% dell’uso di pesticidi [2].

(Se qualcuno fosse interessato ad approfondire l’argomento suggerisco vivamente la visione di un film documentario del 2015, The True Cost).

Noi, e la nostra nuova moda degli avocado. Avocado che non solo bisogna mangiare, ma bisogna indossare nei mille gadget in cui è stato trasposto (tanto per riconnetterci all’industria tessile).

Riporto le parole dell’attivista cilena Verónica Vilches:

«Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti.  […] E ora i fiumi si sono prosciugati, così come le falde acquifere. La gente si ammala per colpa della siccità: ci ritroviamo a dover scegliere tra cucinare o lavarci, fare i nostri bisogni in latrine o dentro sacchetti di plastica e bere acqua contaminata, mentre i grandi imprenditori agricoli guadagnano sempre di più». [3]

Il mercato dell’oro verde dal Centro-Sud dell’America raggiunge tutto il resto del mondo e grazie alla domanda esagitata, impaziente, sempre più terreni vergini vengono riservati alla crescita di questo frutto. Al contempo, terreni adibiti ad altre colture vengono da lui sostituiti. Il risultato finale di questo dirottamento drastico è la perdita di terreni forestali per circa 690 ettari l’anno [4].

«Qui ci sono più avocado che persone, solo che alla gente manca l’acqua, mentre all’avocado non manca mai» [5] continua Veronica.

È facile colpevolizzare coloro che di queste situazioni se ne approfittano, tirarsene fuori, sottolineare che il compratore è in fondo l’ennesima pedina di questo gioco assetato di denaro e potere. Facile sì, ma non sufficiente. Trovare il colpevole in questo gioco serve, infatti, ben a poco. Non è questione di colpe, quanto di interrompere il flusso (apparentemente) imperturbabile che permette a questi meccanismi di protrarsi nel tempo.

Scrivo “apparentemente”, perché il business ha senso di esserci se il soggetto continua a riconfermare il suo status di compratore: con una domanda inesistente, il prodotto decade estraniandosi dalle logiche di vendita.

Non siamo altro che fantasmi al mercato, la mano tesa a comprare la prima cosa che vediamo attrarre gli altri. Ci smaniamo e dimeniamo tra la folla e afferriamo l’oggetto-oblio che ci voleva affamati per dimenticarcene il giorno seguente, quando un nuovo oggetto-oblio sarà l’origine del nostro piacere. Una voglia cieca, un istinto che sfida qualsivoglia logica razionale: non c’è etica che regga. Grottesco? Realtà.

La cosa davvero sensazionale è che la stessa cecità infetta il venditore, disposto a tutto per darti quel niente, quel mitico oggetto-oblio. Il cambiamento climatico e l’inquinamento ambientale sono sacrifici tranquillamente accettabili.

E l’indigeno poi, per il quale la natura non è sacrificabile, rappresenta soltanto un’altra pedina. Se i suoi territori sono necessari alle dinamiche commerciali, non ha che da farsi da parte.

«Oggi, quasi un terzo della popolazione mondiale non ha diritti sicuri sulle terre e le foreste. I diritti di proprietà indigeni e comunitari sicuri sono spesso un presupposto per ridurre la deforestazione e attenuare il cambiamento climatico; per consentire l’empowerment economico e sociale delle donne e per costruire società pacifiche e democratiche. Negli ultimi anni la richiesta di terreni e di altre risorse naturali nei Paesi in via di sviluppo è aumentata, esercitando pressioni su queste risorse e alimentando conflitti per esse. L’aumento della violenza legata a rivendicazioni conflittuali può essere mortale per i difensori degli ambienti  rurali ed è costoso per gli investitori e altri, la cui reputazione e benessere finanziario sono messi a rischio da tali conflitti» [6].

Nel solo Brasile, nel 2014, sono state registrate 138 uccisioni di indigeni a causa di contrasti circa la terra. Si possono riscontrare analoghe situazioni in Bolivia e in Perù [7]. Coloro che riescono a far sì che la loro voce non venga soppressa, hanno sulle spalle il peso della nostra inettitudine. Non solo si occupano di tramandare una fortissima sensibilizzazione ambientale, ma mantengono prosperosi gli ambienti con maggiore biodiversità della Terra.

Come testimoniano le ricerche di Survival International nel report Parks Need People, «la stragrande maggioranza dei 200 luoghi a più alta biodiversità sono terra indigena, tra il 75 e l’80% di quella mondiale» [8].

Nella Mpanga Forest Reserve i Mpigi assicurano la protezione dei boschi sacri dagli uomini per mezzo di tabù culturali, grazie ai quali non viene concesso toccare determinate zone.

Tra Canada e Alaska i Lax Kw’alaams hanno impedito la «costruzione di un impianto del gruppo Pacific Northwest per la produzione di gas naturali liquefatto sui loro territori”, rifiutando la somma di risarcimento di un miliardo di dollari e spiegando che “la terra e le tradizioni sono più importanti di qualsiasi cifra» [9].

I Ka’apor hanno tentato una risposta al disboscamento (fenomeno che contribuisce al 20% delle emissioni di gas serra) illegale sul loro territorio per mezzo della formazione di un “esercito” indigeno, subendo per tutta risposta violenze punitive.

Gli Awà del Brasile, dal canto loro, fanno la scelta di non cacciare determinate specie, consci del fatto che queste contribuiscano ad un equilibrio dell’ecosistema che non dev’essere intaccato.

«I popoli indigeni sono i migliori conservatori e custodi del mondo naturale. Ma senza il sostegno della comunità internazionale, i popoli indigeni del Sud America e le regioni amazzoniche in cui vivono potrebbero essere distrutti per sempre […] La nostra società industrializzata è responsabile della distruzione del mondo naturale e dell’inquinamento atmosferico. I popoli indigeni, invece, si sono dimostrati molto più abili di noi nel prendersi cura dell’ambiente. Per questo, l’arroganza con cui pensiamo che ‘noi’ abbiamo tutte le risposte, mentre estromettiamo i popoli indigeni, è davvero vergognosa. È il momento di ascoltare le voci indigene, e di riconoscere che nella lotta per salvare l’ambiente i partner junior siamo noi»[10].

Abbiamo perso ogni collegamento col mondo circostante. Viviamo di impulsi e soddisfazioni istantanee, che non saziano la nostra sete, e mai la sazieranno perché quel che davvero manca è il contatto e l’emozione, la coscenzialità che ne derivano. Non ci prendiamo cura di chi si prende cura di noi, e non riusciamo a reimmettere le nostre radici nella terra cui apparteniamo (ma che non ci appartiene).

Guardare lontano potrebbe allora essere un modo per reimparare ad ascoltare ciò che ci attornia, e così noi stessi:

«Quando nasce un bambino tra gli indigeni Orang Rimba, nell’isola di Sumatra in Indonesia, il suo cordone ombelicale viene seppellito nel ricco terreno della foresta e un albero viene piantato in quel punto. Attraverso questo rituale ogni individuo instaura un legame profondo con il suo albero che proteggerà per tutta la vita per evitarne l’abbattimento o la caduta: tagliare un albero della nascita equivale a togliere la vita.» [11]

«Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via, e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno, che cosa ti resta?» – scriveva il poeta americano Walt Whitman – «Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni, il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte» [12].

 

 

 

Note e sitografia:

[1] Attestato dalla Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite

[2] Ibidem

[3] Intervistata da Facchini, A., per Internazionale

[4] Attestato dal Centro de Investigación Regional Pacifico Centro (2012)

[5] Vedi [3]

[6] Tratto dai Development Talks di Stoccolma (2017)

[7] Attestato dal Catholic church’s Missionary Council for Indigenous Peoples

[8] Tratto da “I popoli indigeni sono l’alleato migliore per salvare il clima” di Borrelli, G. in Altreconomia

[9] Tratto da “Popolazioni indigene: in prima linea contro i cambiamenti climatici, ma per loro niente spazio alla COP21” di Vagnozzi, L., in Greenme

[10] Corry, S., di Survival International

[11] Vedi [8]

[12] Giorni rappresentativi, Whitman, W., Garzanti Libri (2008)

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Fatima Maura Zucchi

Fatima Maura Zucchi

Sono una studentessa al secondo anno di Antropologia, Religione e Culture Orientali all’Università di Bologna. Mi interessano molto i temi di religione, identità, etnolinguistica.Nata in Emilia, cresciuta in Romagna. Scrivo canzoni nel tempo libero. Mangiapiante da sempre amante dell’inglese. Forse, un giorno, antropologa.

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