Risvolti etici di un naturalismo in chiave memetica – seconda parte

LO STRATAGEMMA DELLA FLESSIBILITA’ ALLA RICERCA DI STABILITA’.

Prima della comparsa del sistema nervoso,
l’intero processo cosmico era uno spettacolo 
di fronte a seggi vuoti.
Dopo la sua comparsa, colori, aromi, emozioni,
animarono un Universo sino allora silente.

R.W. Sperry cit. in La galassia mente, R.L. Montalcini, Baldini e Castoldi 1999, p. 43.

L’alto grado di competizione che si stava instaurando successivamente allo sviluppo degli organsmi pluricellulari, rese l’ambiente naturale un luogo pericolosamente imprevedibile, per cui divenne estremamente vantaggiosa la capacità di creare una scissione tra la determinazione di matrice genetico-embrionale (genotipo) e l’effettivo comportamento fenotipico ( forse meglio definirlo fenotipo esteso secondo la definizione di Dawkins).
Ecco che entra in gioco il sistema nervoso (di natura elettrica negli animali, e chimica-ormonale nelle piante), che perimise di rispondere flessibilmente agli stimoli ambientali e di integrare l’organismo con l’ambiente in una maniera del tutto nuova. Passo importante in questo percorso verso la flessibilità (paradossalmente sempre alla ricerca della stabilità) fu rappresentato dalla formazione del cervello e della memoria nei vertebrati: “Per raggiungere relazioni complesse e indirette fra la cadenza degli eventi nel mondo esterno e la cadenza della contrazione muscolare, si è reso necessario come intermediario un cervello di qualche tipo. Un notevole progresso è stato l’invenzione, durante l’evoluzione, della memoria” (Dawkins, Il gene egoista, 1992, Anoldo Mondadori, Milano, p. 55).
Il cervello funge così da cuscinetto mediatore, determinato geneticamente per essere indeterminato e flessibile fenotipicamente, progressivamente capace di memorizzare gli elementi salienti e soprattutto poi in grado di simulare gli avvenimenti futuri basandosi su tali memorie. Quello per cui i geni sono stati selezionati è appunto la strutturazione di cervelli in grado di assimilare dall’ambiente e simulare il futuro. Nella “Torre di generazione e verifica” ideata da Daniel Dennet, egli ipotizza una scala di complessità animale partendo dalle creature definite “darwiniane”, gli organismi in grado di simulare vengono definiti “Creature Popperiane” che a differenza di quelle “Skinneriane”, che rappresentano il gradino precedente, vanno oltre la strategia comportamentale della prova ed errore e quindi del condizionamento operante; utilizzando creativamente i dati memorizzati ed immaginandosi situazioni future, queste creature permettono alle ipotesi di morire al posto loro.
Sono personalmente convinto che gli organismi capaci di memorizzare dall’ambiente elementi rilevanti, classificandoli in zone diverse della memoria, riescano di conseguenza a sviluppare un modello della realtà interno. Una volta attribuito un valore ai diversi ricordi esperienziali, è possibile etichettare la realtà sulla base di queste memorie e dei relativi valori attribuiti ad esse (etichette che nel mondo animale sono spesso costituite da emozioni e sentimenti scatenati in presenza di un determinato stimolo). Solo così diviene concreta la possibilità di simulare il futuro, dilatando quindi il modello della realtà interno, nel passato, usando le memorie categorizzate, e successivamente nel futuro, proiettando ciò che si è appreso individualmente e progettando il comportamento migliore. Così effettivamente i geni stabiliscono la linea di condotta mentre i cervelli sono i reali esecutori.
Un altro fondamentale passo in questa direzione, ovvero la ricerca della stabilità attraverso lo stratagemma competitivo della flessibilità, è rappresentato dall’apprendimento.
Risultarono infatti estremamente adattivi quei geni che permisero agli organismi di trasmettere e soprattutto di apprendere nozioni sull’ambiente circostante attraverso il gruppo di appartenenza. Diviene quindi essenziale inserire, all’interno del proprio modello della realtà, anche i conspecifici; una volta riconosciuti e identificati si crea l’opportunità della cooperazione e della condivisione di ciò che si ha sperimentato individualmente.
Micheal Tomasello, psicologo dello sviluppo e codirettore del Max Planke Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, in “Le origini culturali della cognizione umana” (2005), spiega egregiamente come molti vertebrati soprattutto mammiferi e primati siano in grado di rappresentarsi cognitivamente le relazioni categoriali e quantitative tra gli oggetti. Si rappresentano lo spazio e ciò permette loro di creare inferenze creative e soluzioni probabilmente per insight (Tomasello 2005), aggiunge inoltre che questi animali non si limitano a fare previsioni attraverso la simulazione dell’ambiente ma sono anche in grado di creare complesse simulazioni dell’ambiente sociale. I primati arrivano addirittura a concepire, attraverso queste simulazione, le relazioni di parentela e di gerarchia tra terzi ( una capacità che per Tomasello rappresenta il precursore, la rampa di lancio per il “grande salto” umano). Queste capacità permettono agli animali di risolvere creativamente i problemi attraverso le simulazioni interne che è possibile fare con un tale modello della realtà, ma permettono anche lo sviluppo dell’apprendimento sociale in generale e della sociogenesi. Successivamente egli elenca i vari meccanismi di apprendimento sociale presenti in natura, e capaci, a diversi livelli e velocità, di generare delle tradizioni culturali stabili nel tempo e trasmesse a livello storico e ontogenetico:
-esposizione.
-incentivazione dell’attenzione verso uno stimolo.
-riproduzione del comportamento.
-apprendimento imitativo.
Tra i primati questa comunicazione avviene secondo Tomasello attraverso un processo di “ritualizzazione ontogenetica” ovvero i due individui creano un segnale comunicativo modellando l’uno il comportamento dell’altro attraverso la ripetizione di una interazione sociale un processo che permette la condivisione e l’apprendimento ma che come vedremo non innesca effettivamente un’evoluzione culturale cumulativa che per Tomasello è garantita nell’uomo dall’effetto “dente d’arresto” e dall’ imitazione (Tomasello, Le origini culturali della cognizione umana, 2005).
La capacità di molti vertebrati, specialmente mammiferi e ancor più nello specifico primati, di categorizzare la realtà ambientale ma soprattutto sociale, per poter poi simulare più precisamente il proprio comportamento futuro, ci mostra probabilmente la situazione dei nostri antenati poco prima del nostro grande salto. Per Tomasello l’unico elemento che ci differenzia biologicamente e quindi geneticamente, è la capacità cognitiva prettamente umana di concepire l’altro come un agente autonomo, intenzionale e mentale al pari di sé. Questa unica modificazione avrebbe poi avuto dei risvolti molteplici ed esponenziali, i processi storici ed ontogenetici che ci caratterizzano sono stati innescati da quell’unica variazione biologica. Egli ci aiuta a concepire un’ importante tensione dialettica che noi umani sperimentiamo e che rappresenta la nostra vera avanguardia culturale: la tensione tra la componente creativa individuale e la componente convenzionale. In altre parole analizza la dicotomia di Vygotskij tra linea di svuiluppo individuale e linea di sviluppo culturale, definendola una prerogativa umana fondamentale che nella ontogenesi dell’individuo si intreccia continuamente permettendo lo sviluppo culturale.
Tomasello risulta utilissimo per comprendere le diverse varianti e complessità che lo stratagemma della flessibilità arriva ad avere nel mondo animale, sottolinea come la cultura sia l’apice di questa ricerca di flessibilità e come l’uomo abbia “trovato” il modo più rapido e ottimale per diffonderla, partendo comunque da predisposizioni cognitive molto simili a quelle dei nostri parenti primati. Tuttavia sono convinto che, affidando la creazione delle nostre peculiarità inspiegabili biologicamente, alle condizioni storiche e ontogenetiche garantite dall’apprendimento imitativo e dal conseguente effetto dente d’arresto, egli stia sfiorando un problema a parer mio fondamentale.
Boyd e Richerson in accordo con Tomasello scrivono: “la cultura è comune ma l’evoluzione culturale è rara” ( Boyd R. e Richerson P. Why culture is common but cultural is rare, Braine); dire che nell’uomo questa evoluzione è garantita dalla imitazione e dall’effetto dente d’arresto, senza spiegare gli effettivi meccanismi evolutivi innescati da questi cambiamenti, significa, a parer mio, uscire dal paradigma darwiniano fin qui utilizzato, significa tentare di semplificare il quadro teorico della nostra peculiarità finendo per complicarlo enormemente, senza avvicinarsi a risposte certe (qualora ne esistesse qualcuna).

F.Balzan

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