Dead Horse Ceremony: un momento rituale a bordo di un veliero del XIX secolo

Un particolare momento di ritualità all’interno della scandita vita a bordo dei velieri commerciali che, nel XIX secolo, solcavano le rotte atlantiche era la “dead horse ceremony”. La pratica viene talvolta indicata anche come “burying the dead horse” o ancora “worked off the dead horse”.

Stan Hugill (1906-1992), marinaio e autore del fondamentale volume Shanties from the Seven Seas (1961), afferma nella sua opera che, sebbene negli ultimi periodi della navigazione a vela questo rito fosse oramai eseguito con debole coinvolgimento (half-heartedˮ), esso costituiva in origine un momento di spettacolo e diversione, oltre che messa in scena carica di significato simbolico e propiziatorio.

Parliamo, di fatto, di un rito di passaggio che coinvolgeva l’intero equipaggio salariato della nave. Esso era volto a marcare definitivamente la condizione del marinaio come finalmente e definitivamente inserito all’interno del contesto sociale e lavorativo della spedizione.

La cerimonia veniva eseguita al termine del primo mese in mare (precisamente 28 giorni), nel momento in cui l’equipaggio incassava la prima vera e propria paga. Il pagamento anticipato che di norma veniva concesso ai marinai prima dell’imbarco, infatti, finiva spesso per essere lasciato alla famiglia o, nel caso dei “greenhands” (marinai al primo imbarco), utilizzato per acquistare attrezzatura e vestiario.

Nel momento in cui la prima vera e propria paga veniva elargita e, di fatto, i marinai potevano considerarsi sicuri del proprio guadagno, veniva assemblato un fantoccio raffigurante un cavallo:

«The crew dress up a figure to represent a horse; its body is made out of a barrel, its extremities of hay or straw covered with canvas, the mane and tail of hemp, the eyes of two ginger beer bottles, sometimes filled with phosphorus. When complete the noble steed is put on a box, covered with a rug, and on the evening of the last day of the month a man gets on to his back, and is drawn all round the ship by shipmates […]»

Questa testimonianza, proveniente dalle memorie di viaggio dell’imprenditore britannico Sir Richard Tangye (1833-1906), riporta minuziosamente la composizione del fantoccio: corpo ricavato da un barile, arti di pagliericcio ricoperto di tela, coda e criniera di canapa, occhi costituiti da bottiglie talvolta riempite di fosforo per rendere luminescente il “nobile destriero”.

Dopo aver ultimato l’assemblaggio il cavallo veniva portato in parata per il ponte di coperta mentre veniva intonato un particolare canto conosciuto come The Dead Horse, Poor Old Horse, Poor Old Man, Poor Old Joe. Questo canto, sul quale ci soffermeremo più avanti, nel contesto rituale d’origine non può essere considerato uno shanty vero e proprio, in quanto al di fuori da situazioni di lavoro; tuttavia con la caduta in disuso della “dead dorse ceremony”, come afferma Hugill, esso diventa a tutti gli effetti un canto di lavoro, venendo accolto nel repertorio degli halyard shanties. Secondo Terry esso veniva utilizzato non solo come hauling bensì anche come heaving shanty, più precisamente alle pompe.

Dopo il termine della parata si procedeva ad una particolare messa in scena. Questa consisteva nella vendita del “cavallo” tramite un’asta, dove il banditore declamava le virtù dell’animale, raccogliendo le offerte dell’equipaggio raccolto nel ponte di coperta:

«Having paraded the decks in order to get an audience, the sale of the horse by auction is announced, and a glib-mouthed man mounts the rostrum and begins to praise the noble animal, giving his pedigree, etc., saying it was a good one to go, for it had gone 6,000 miles in the past month! The bidding then commences, each bidder being responsible only for the amount of his advance on the last bid.»

La parata sul ponte di coperta, quindi, serviva per attirare l’attenzione dell’equipaggio e per mostrare il desiderato oggetto dell’imminente asta. Colui che si aggiudicava l’agognato premio aveva l’onore di salire sull’albero maestro: dopo aver raggiunto un’estremità del pennone di maestra il fantoccio veniva qui issato.

Accompagnato da fuochi artificiali il marinaio procedeva al vero e proprio atto culminante della cerimonia, il taglio della fune. Il “cavallo” così cadeva in mare, accompagnato dall’esultanza dell’equipaggio raccolto attorno all’albero. Hugill riporta che «the seaman on the yard cut the gantline to allowe the ʻhorseʼ to ʻdrop into the drinkʼ […]». Così la descrizione di Tangye:

«After the sale the horse and its rider are run up to the yard-arm amidst loud cheers. Fireworks are let off, the man gets off the horse’s back, and, cutting the rope, lets it fall into the water. The Requiem is then sung to the same melody» [si riferisce alla melodie riportata precedentemente in relazione al brano cantato durante la parata].

Un’altra descrizione della cerimonia è data dallo scrittore britannico Frank T. Bullen (1857-1915) a corredo della trascrizione dello shanty da lui riportato come Poor Old Man (Dead Horse). Tuttavia vi sono sostanziali differenze: prima di tutto il fantoccio non rappresenta più un cavallo, ma diventa una massa eterogenea di materiale combustibile raccolta in forma di fascio; non vi sono la parata e la successiva messa in scena dell’asta; il rito culmina con il taglio della corda e la caduta in mare del fascio in fiamme.

Anche Bullen sottolinea che quest’ultima parte è accompagnata da esultanze, più precisamente da «deafening […] piercing yells and shouts». La differenza del rito riportato da Bullen con quello che abbiamo presentato precedentemente è con tutta probabilità da imputare allo scemare di interesse verso queste pratiche che, forse non più in linea con il contesto di fine XIX secolo, conservavano elementi rituali non più sentiti o scarsamente considerati.

Secondo Bullen la stessa sorte sarebbe toccata, sul finire dei gloriosi giorni della navigazione a vela, ad un altro importante momento rituale, il passaggio dell’Equatore (da noi già analizzato in relazione alle navi baleniere).

Ne ricordiamo gli elementi base: al passaggio dell’Equatore veniva messa in scena la venuta di Nettuno accompagnato dalla moglie (spesso due marinai tra i più anziani grottescamente travestiti) sull’imbarcazione; egli faceva da giudice ad un processo dove i giovani marinai erano imputati per aver messo piede nei territori sacri al dio del mare.

I greenhorns venivano così rasati pubblicamente e subivano una quantità di angherie da parte dei marinai più esperti, fino a scontare la propria pena nei confronti di Nettuno; il tutto finiva in un momento di convivialità accettato e condiviso da tutte le alte gerarchie di bordo.

Nonostante questo rappresentasse un momento di grande importanza simbolica, Bullen riporta che «the ceremony of Neptune’s visit on crossing the Line had died out when I went to sea, except in passenger ships, where it was kept up for the passengers’ amusementˮ. La motivazione, secondo l’autore, è la seguente: […] the crews had become too scanty and the jovial spirit was gone.»

Gli equipaggi diminuiscono di numero in proporzione inversa alla mole di lavoro, gli interessi economici sono pressanti, le priorità diventano altre e ciò che non è immediatamente tangibile perde di significato. Questo è quello che senza dubbio è successo ad una cerimonia di grande valenza propiziatoria come quella del “povero vecchio cavallo”.

Era probabilmente proprio questo il significato di tale rito: nel momento del primo guadagno veniva concesso al mare un ringraziamento, una sorte di vittima sacrificale concretizzata in un fantoccio a forma di cavallo, le quali doti di ottimo destriero venivano decantate e l’acquirente, simbolicamente, lo pagava a caro prezzo.

Come le matricole venivano portate a processo al cospetto di Nettuno per placarne l’ira e assicurarsene la protezione, il “cavallo” veniva offerto al mare per garantire una buona riuscita, principalmente dal punto di vista economico, alla spedizione.

Riassumiamo schematicamente i momenti del rito (tralasciando la versione “semplificata” riportata da Bullen) per poi vedere dove il canto andava a intervenire:

  • Costruzione del fantoccio;

  • Parata; doppia funzione:

  1. Richiamare l’attenzione dell’equipaggio;

  2. Mettere in mostra l’oggetto dell’asta;

  • Asta e conseguente vendita;

  • Issaggio del fantoccio sul pennone di maestra;

  • Taglio della corda da parte dell’acquirente e caduta in mare del fantoccio.

Secondo Tangye i momenti dove veniva intonato il canto erano due: la parata e, a mo’ di requiem, la caduta in mare del fantoccio. Questi i versi riportati per la messa in mostra del “cavallo”:

Oh! now, poor Horse, your time is come;

and we say so, for we know so.

Oh! many a race we know you’ve won,

Poor Old Man.

You have come a long long way,

and we say so, for we know so.

For to be sold upon this day,

Poor Old Man.

You are goin’ now to say good-bye,

and we say so, for we know so.

Poor old horse you’re a goin’ to die,

Poor Old Man.

Questi invece quelli intonati nel finale della cerimonia:

Now he is dead and will die no more,

and we say so, for we know so.

Now he is gone and will go no more;

Poor Old Man.

Secondo Hugill lo shanty veniva intonato in un altro momento: l’issaggio del fantoccio sul pennone di maestra. È possibile che il momento variasse da nave a nave, da equipaggio a equipaggio. Inoltre, tenendo conto di quest’ultima modalità, il passaggio da canto cerimoniale a halyard shanty, ovvero di canto di lavoro per le attività che coinvolgevano il cordame, sarebbe più diretto, in quanto in tutti e due i casi è presente l’azione del praticare trazione sulle funi.

I marinai avrebbero quindi estrapolato il brano dal contesto di origine per inserirlo nel repertorio quotidiano degli halyard shanty senza dover apportare modifiche sostanziali.

Riportiamo le prime stanze della trascrizione di Hugill (qui il brano è nella versione di halyard shanty vero e proprio), sottolineando le sillabe sulle quali i marinai praticavano trazione:

Oh, a poor old man came riding by,

ch. An’ we say so, an’ we hope so!

A poor old man came ridin’ by,

ch. Oh, poor ol’ ’orse!

Sez I, ʻOl’ Man, yer ’orse will dieʼ,

ch. An’ we say so, an’ we hope so!

Sez I, ʻOl’ Man, yer ’orse will dieʼ,

ch. Oh, poor ol’ ’orse!

An’ if he dies we’ll tan his hide,

ch. An’ we say so, an’ we hope so!

An’ if he don’t we’ll ride him again,

ch. Oh, poor ol’ ’orse!

La struttura è quella di qualsiasi halyard shanty: enunciazione dello shantyman, risposta corale, di un verso entrambe; trazione praticata esclusivamente nella parte corale in corrispondenza del primo battere di ognuna delle due battute in tempo binario corrispondenti alla risposta. Questo modulo è pressoché identico a quello riportato da Tangye nella sua versione, ascoltata direttamente durante la cerimonia (non quindi da uomini al lavoro).

Per quanto riguarda le incisioni segnaliamo la versione registrata dagli Stormalong John contenuta nell’album Through Stormy Seas with Stormalong John insieme a quella di Ian Campbell presente nella raccolta Sailors’ Songs & Sea Shanties. A Classic Collection of Sea Songs and Shanties, ottima antologia nella quale sono presenti anche incisioni di Ewan MacColl e Albert L. Lloyd.

Bibliografia:

Bennett, W. C., Sea Songs, London, Chapman & Hall, 1878.

Bullen, Frank T. – Arnold, W. F., Songs of Sea Labour, London, Swan & Co., 1914.

Firth, C. H., Naval Songs and Ballads, London, Navy Records Society, 1908.

Hugill, Stan, Shanties from the Seven Seas, London, Routledge & Keegan Paul, 1961.

Tangye, Richard, Reminescences of a Travel in Australia, America and Egypt, London, Sampson Low, Marston, Searle & Rivington, 1883.

Terry, Richard R., The Shanty Book Part I. Sailor Shanties, London, Curwen & Sons Ltd., 1921.

Discografia:

Stormalong John, Through Stormy Seas, BBC Radio Meyerside STJ6600, UK, 2000.

Sea Chanteys and Forecastle Songs at Mystic Seaport, Smithsonian Folkways Recordings FTS 37300, USA, 2007.

Sea Shanties. «Leave Her Johnny», Air Mail Music SA 141192, France, 2010.

Sea Songs. Louis Killen, Stan Hugill and the X Seamen’s Institute Sing of Cape Horn Sailing at the Seattle Chantey Festival, Smithsonian Folkways Recordings FTS 37311, USA, 2007.

Sailors’ Songs & Sea Shanties. A Classic Collection of Sea Songs and Shanties, Highpoint Recordings HPO6007, UK, 2004.

 

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Amedeo Santolini

Classe 1990. Musicista. Ho ottenuta la laurea magistrale in Musicologia all’Università di Bologna e sono laureando in Antropologia, Religioni e Civilità Orientali. Mi interesso di: etnomusicologia, folklore, antropologia delle religioni, Islam, metal estremo e storia naturale. Ho una passione smodata per i lati oscuri dell'esistenza umana. Colleziono dischi e libri.

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