Arlecchino, da re dell’inferno a maschera comica

Da Hellequin ad Arlecchino, storia di una maschera

 

Do patroni servir l’è un bell’impegno
E pur, per gloria mia, l’ho superà
E in mezzo alle mazor dificoltà
M’ho cavà con destrezza e con inzegno
(Arlecchino) [1]

 

Arlecchino è probabilmente una delle maschere più celebri del teatro e del carnevale. Conosciuto in gran parte del mondo e associato immediatamente al suo policromo vestito, incarna il servo apparentemente sciocco, ma in verità astuto e dalle notevoli capacità atletiche. Eppure, dietro l’allegria di questa maschera variopinta,  si cela un’ombra nascosta dal continuo cangiare dei colori che indossa.

 

Le acrobazie di Arlecchino

 

L’Arlecchino sembra affondare le proprie radici nella tradizione medioevale nord e centro europea e in particolare nel folklore francese. La leggenda che lo riguarda è testimoniata in una pagina della Historia Ecclesiastica del monaco e cronista Orderico Vitale,laddove si racconta di un essere demoniaco chiamato Hellequin (Harlechinus in latino) che nella notte di capodanno del 1091 guida, in qualità di comandante, un corteo di diavoli e spettri a cavallo, venuti sulla terra in cerca di peccatori di cui prendere l’anima dannata.

Quello di Hellequin è uno dei tanti “eserciti furiosi” che imperversano nelle testimonianze popolari e letterarie nel continente europeo a partire dall’XI secolo. In essi «viene riconosciuta la schiera dei morti; talvolta dei morti anzitempo […] Alla loro guida si alternano personaggi mitici o mitizzati.» [2] Fra questi, appunto, figura anche Hellequin.

 

Hellequin

 

Le radici della maschera di Arlecchino affondano, dunque, nell’immagine mitica della “caccia selvaggia”, immagine diffusa in diverse regioni europee, ma che deve le sue origini alla mitologia norrena. Nel culto degli dei Aesir, infatti, si trova la credenza secondo cui, durante le dodici notti successive al solstizio di inverno (Jól), il dio Odinn, in sella al mostruoso Sleipnir, cavalcasse alla guida del corteo di uomini morti sul campo di battaglia, conducendo un vorticoso assalto attorno alla Terra.

 

La caccia selvaggia, Åsgårdsreien, P. N. Arbo

 

Tornando ora al nostro Hellequin, è utile evidenziare come al mito dell’esercito furioso da lui guidato si accompagnasse, nella Francia medioevale, un’usanza che sembrerebbe richiamarsi a tale apparizione; l’infernale masnada veniva infatti rievocata da schiere mascherate che nella notte di capodanno spaventavano e tormentavano coloro che incontravano.

Le origini di una delle più famose maschere italiane vanno dunque collocate fuori dall’Italia, quantomeno dall’Italia nella sua interezza, dato che nella parte settentrionale la sua presenza è attestata già prima della sua ripresa a opera della Commedia dell’Arte. Infatti l’Arlecchino, soprattutto in Piemonte, trova spazio in alcune celebrazioni annesse al Carnevale.

E in effetti la figura di Arlecchino con i suoi primigeni tratti diabolici non è del tutto assente dall’immaginario medioevale italiano. Pur perdendo la propria posizione di supremazia di re-diavolo che guida la propria masnada, Hellequin compare nella Commedia dantesca con il nome di Alichino, nello specifico nei canti XXI e XXII dell’Inferno. Qui è inserito da Dante nella schiera di diavoli che lo scorterà insieme a Virgilio attraverso la quinta bolgia.

«Tra’ti avante, Alichino e Calcabrina»
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina
[…] Cercate ‘ntorno le boglienti pane;
costoro sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane» [3]

 

Nei due canti della «farsa dei diavoli», dunque, non solo compare Alichino, ma emerge anche il nesso tra l’elemento diabolico e quello comico popolare tipico delle feste carnevalesche.

«Nell’impeccabile sistema punitivo escogitato da Dante […] la tradizione folklorica riesce tuttavia ad incidere una crepa, a smagliare un anello della catena criminal-punitiva con una ventata di comicità popolaresca.» [4]

In generale, infatti, il moto che guida i personaggi della quinta bolgia, siano essi dannati o diavoli, è un movimento tra la violenza e la beffa, certamente drammatico, ma anche grottesco.

 

Alichino nell’Inferno dantesco

 

Il binomio diabolico-comico si potrebbe spiegare come mezzo attraverso il quale esorcizzare la paura suscitata dall’immaginario infernale. Del resto, nonostante nel Medioevo fosse aspramente condannato dalle autorità ecclesiastiche, il riso svolgeva quella fondamentale funzione di distrazione – di “catarsi” –  che in origine Aristotele nella sua Poetica aveva individuato precipuamente nella tragedia.

In effetti il riso, talvolta, scaturisce direttamente dallo spavento, come un riflesso spontaneo, assurdo, ma autentico. Accanto a questa semplice constatazione sulla natura psicologica della risata, è utile notare come fosse in uso nella novellistica popolare dipingere il diavolo con tratti comici, nel momento in cui esso viene ingannato e beffato.

Insomma, nonostante fosse pubblicamente disapprovata, nel Medioevo la risata trovava sfogo entro spazi in cui era tollerata, fra questi le farse carnevalesche. Ed è in questo contesto, ossia nel solco dello scherno e dell’evasione rispetto alla morale dominante, che si svilupperà, a partire dal Rinascimento, l’esperienza plurisecolare della Commedia dell’Arte.

In effetti, la nascita e lo sviluppo di questo modo di fare teatro pongono i comici dell’Arte «su di un piano di opposizione ai valori etici e culturali dominanti […] l’attività dei comici sembra collocarsi in una dimensione di assoluta alterità» [5], tanto da essere paragonata dai predicatori coevi a un rito antagonista a quello celebrato nelle chiese.

Arlecchino ritorna come maschera nella Commedia dell’Arte, inserendosi tra i servi sciocchi e astuti e conservando nel nome, nell’aspetto, nella volgarità e nella sregolatezza, la sua natura diabolica. Sono tuttavia lievi le tracce del suo retaggio infernale e si possono riscontrare nell’abilità di cavarsi d’impaccio grazie a una singolare rapidità di riflessi mentali e d’astuzia.

Infatti, celandosi dietro un’apparente stoltezza, Arlecchino dà prova di «un’inesauribile inventiva nell’escogitare lazzi e burle, l’estrema disponibilità a favorire tutti gli intrighi [guidato da] l’insaziabile aspirazione a riempirsi il ventre.» [6]

Tuttavia i tratti diabolici di Arlecchino risultano stemperati dalla natura ingenua e fanciullesca che caratterizza questa maschera a partire dalla sua ripresa ad opera della Commedia dell’Arte; infatti, pur vivendo in un mondo spirituale dove i concetti di moralità non esistono, non è malvagio né vizioso.

Arlecchino, semmai, è contraddistinto dall’incapacità di trarre insegnamenti dall’esperienza, fino al punto di non considerare minimamente le conseguenze delle proprie azioni, lasciandosi guidare solamente da un entusiasmo infantile.

 

Arlecchino e Colombina, G. D. Ferretti

 

Partendo dalla sua origine demoniaca, Arlecchino attraversa, nell’arco della sua storia, le differenti sfumature del binomio diabolico-comico, esplorandone gli estremi e assecondando la doppia natura di maschera-diavolo che lo accomuna agli altri personaggi che costellano le farse carnevalesche e la Commedia dell’Arte.

PANTALONE: «Cossa credemio che el sia costù? Un furbo, o un matto?»
DOTTORE: «Non saprei. Pare che abbia un poco dell’uno e un poco dell’altro.» [7]

Il suo movimento è al contempo astuto e ingenuo, famelico e appassionato, in un continuo cangiare che si riassume egregiamente nell’abito che si è cucito addosso.

 

 

Note:

[1] “Servire due padroni è un bell’impegno/Eppure, per gloria mia, ne sono uscito/E tra le maggiori difficoltà/Me la sono cavata con destrezza e ingegno.” da Goldoni C., 1957 Il servitore di due padroni, Commedie scelte, Roma Editrice Italiana di Cultura
[2] Ginzburg C., 1995 Storia notturna, una decifrazione del sabba, Torino, Giulio Einaudi editore p.78
[3] Alighieri D., 1987 La Divina Commedia, Inferno, Canto XXI, Tommaso Di Salvo (a cura di), Bologna, Zanichelli, vv. 118-126,
[4] Camporesi P., 1978, Il carnevale all’inferno, in Il paese della fame, Bologna, Il Mulino
[5] Tessari R., 1984 Commedia dell’Arte: la Maschera e l’Ombra, Milano, Mursia Editore, p. 28
[6] Capriolo E., 1969 Dioniso e Arlecchino, Introduzione storica all’arte del teatro, Milano, Antonio Villardi Editore, p.57
[7] “Cosa crediamo che sia costui? Un furbo o un matto?/Non saprei. Pare che abbia un poco dell’uno e un poco dell’altro.” da Goldoni C., 1957 Il servitore di due padroni, Commedie scelte, Roma, Editrice Italiana di Cultura

Bibliografia:

Alighieri D., 1987 La Divina Commedia, Inferno, Tommaso Di Salvo (a cura di) Bologna, Zanichelli
Aristotele, 2006 Poetica, Roma, Laterza
Capriolo E., 1969 Dioniso e Arlecchino, Introduzione storica all’arte del teatro, Milano, Antonio Villardi Editore
Ginzburg C., 1995 Storia notturna, una decifrazione del sabba, Torino, Giulio Einaudi editore
Isnardi G.C.,2014 I miti nordici, Milano, Longanesi
Nicoll A., 1965 Il mondo di Arlecchino, Studio critico della Commedia dell’Arte, Milano, Bompiani
Tessari R., 1984 Commedia dell’Arte: la Maschera e l’Ombra, Milano, Mursia Editore
Toschi P., 1976 Le origini del teatro italiano, Torino, Editore Boringhieri

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Alvise De Fraja

Alvise De Fraja

Sono Alvise e vengo da Mestre (chi la conosce la conosce perché c'è la stazione) e mi piacciono le parentesi. Studio Antropologia religioni e civiltà orientali a Bologna, ma non solo. Faccio tante altre cose. Sono un cultore dei viaggi a piedi e del risotto. Bastian contrario per eccellenza. Mi piace leggere i romanzi francesi di oggi e quelli russi di ieri. In ogni caso 42.

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